Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 28/11/2012 alle  16:20:51, nella sezione LIBRI,  1130 letture)

2025. Notte. Sull’Europa si affaccia l’ombra di una nuova dittatura con cervello a Berlino, guidata dalla Macros, multinazionale che ha fuso tutte le reti europee per poi gettare il continente nel buio di un lungo blocco energetico. In questa cornice, in cui anche Internet collassa, sulle sponde del Lago di Lucerna si sveglia un androide, Luther, l’ultima creatura di un geniale scienziato morto misteriosamente, Joseph Hermann. Presto inizierà un viaggio dalla Svizzera a Cracovia insieme a un programmatore cieco, Christoph Krueger, mentre l’antica capitale polacca viene inghiottita da un’enigmatica nube bianca che avanza dalle periferie. Qui uno studioso irlandese di teologia, Desmond O’Rourke, colpito da amnesia dopo un lontano incidente e rimasto da poco vedovo, tenta disperatamente di ritrovare il suo passato, attraversando il Bianco col solo aiuto dell’ultima invenzione della sua amata Leyla. Tutto questo mentre a Berlino un funzionario ribelle della Macros, Piotr WoŸniak, cerca di dar vita a un barlume di resistenza, e da Stoccolma la sua compagna, la scrittrice Kristine Klemens, tenta di raggiungerlo, ispirata da suggestioni e visioni che sembrano prender corpo dai suoi romanzi.

Una storia a più voci, un patchwork di luoghi, paesi e culture in cui la tecnologia è pretesto e sfondo di una vicenda corale che ha per obiettivo il ritorno alla Fonte, a una fusione con la radice dell’Essere. Il Chakra del Castello di Cracovia, oscure minacce provenienti dagli ambienti clericali e l’emergere di una vocazione intima imperniata sul Desiderio, consonante con il testo originale di un'antica preghiera capace di scardinare le resistenze della mente. Un romanzo figlio della poetica del movimento connettivista (http://criticaimpura.wordpress.com/2012/05/12/il-connettivismo-come-sensibilita-sottile-e-archetipica-del-se-unintervista-impura-con-giovanni-agnoloni), ma anche di una lunga e seria ricerca spirituale condotta dall’autore. Una fusione di suggestioni filosofiche e psicologiche, intessute in una trama dalle tinte fantascientifiche ma radicata nel mondo reale e nella recente storia d’Europa, viscerale e perturbante. Abbiamo avvicinato Giovanni Agnoloni per una breve intervista.

Da saggista tolkeniano ad autore di romanzi. Cosa ti appassiona di più?

In effetti è una continuità di lavoro, perché scrivendo i miei saggi su Tolkien e gli autori classici (Letteratura del fantastico, Spazio Tre, 2004) e del Novecento (Nuova letteratura fantasy, Eumeswil, 2010), nonché sul rapporto tra le valenze emotive della letteratura tolkienana e quelle dei rimedi floreali del Dr. Edward Bach (Tolkien e Bach, 2011) - e peraltro anche scrivendo i miei articoli per varie riviste (tra cui “Yacht Capital” e “Minas Tirih”) e per i blog http://lapoesiaelospirito.wordpress.com, www.postpopuli.it, e http://giovanniag.wordpress.com –, ho finito per sviluppare una poetica personale, eppur spontaneamente coerente con le linee generali del movimento connettivista (http://poesia.blog.rainews24.it/2011/07/10/i-connettivisti-lavanguardia-italiana). Poi, a un certo punto, ho sentito vibrare in me la lezione di Tolkien, secondo cui uno scrittore deve fondamentalmente raccontare delle storie. E mi sono accorto che, dopo anni di studio, avevo trovato la mia voce artistica. Perciò adesso mi riconosco appieno come narratore, ed è questa è la mia grande passione.

Prima di Sentieri di notte avevi mai scritto narrativa?

Oltre ad aver scritto dei romanzi e dei memoir di viaggio narrativi, che sono in attesa di pubblicazione, avevo partecipato a varie antologie connettiviste e di carattere fantastico, in particolare Noir No War (ed. Giulio Perrone, 2006) Diversa sintonia – Fantastic-Zen Stories & Histories e AFO – Avanguardie Futuro Oscuro (2009), queste ultime due edite dalle Edizioni Diversa Sintonia (AFO è in seguito nuovamente uscita con Kipple Officina Libraria: (http://www.kipple.it/index.php?route=product/product&keyword=avanguardie&product_id=62), e avevo pubblicato vari racconti in rete, anche in lingua straniera, su riviste americane e spagnole.

Perchè il fantasy? Una moda del momento o una passione?

Beh, in realtà Sentieri di notte è un romanzo che si può far rientrare nel “fantastico” solo in senso molto generale. Di fantasy, se c’è qualcosa, c’è l’eco remota del senso tolkieniano della quest, della ricerca eroica e avventurosa, e insieme la dimensione onirica (penso al viaggio di Desmond nel Bianco cracoviano) e il tentativo di dar vita a un’esperienza radicalmente subcreativa, cioè che faccia sentir lì il lettore, innescando in lui percorsi spontanei di autoconsapevolezza. Se dovessi definire in qualche modo il mio romanzo, lo definirei un noir (o un trhiller) dalle tinte fantascientifiche, fortemente impregnato di atmosfere connettiviste di derivazione cyberpunk e crepuscolare, e un romanzo di viaggio. Lungi dall’essere un ibrido, però, è un romanzo tour court, con una pluralità di livelli di lettura ma, insieme, un alto livello di leggibilità. La mia adesione al Connettivismo e la rispondenza della trama di Sentieri di notte alle mie ricerche spirituali e di psicologia junghiana sono fatti profondi, viscerali. Lirismo e visceralità sono le parole-chiave della mia poetica, che cerca, a livello di romanzo, di far affacciare per la prima volta il movimento connettivista sullo scenario della letteratura mainstream (ovvero “non di genere”), pur restando fedele alle suggestioni di fondo del suo Manifesto (http://www.next-station.org/nxt-ex-1.shtml).

Mi dici qualcosa del tuo lavoro di saggista?

Beh, in parte ho già risposto a questa domanda, ma posso dire che i miei precedenti lavori da saggista - tra i quali devo anche inserire la raccolta Tolkien. La Luce e l’Ombra (Senzapatria, 2011), di cui sono curatore, traduttore e co-autore, con contributi di alcuni dei massimi studiosi di Tolkien al mondo - sono un tentativo di dimostrare come si possa fare opera di letteratura comparata basandosi non tanto su derivazioni e assonanze di natura tecnico-filologica o storica tra autori di paesi ed epoche differenti, ma muovendosi su un terreno emotivo ed estetico. In tutti i miei lavori, fin da Letteratura del fantastico e Nuova letteratura fantasy, dove mi occupavo dei classici e dei contemporanei accostandoli a Tolkien, ma anche in Tolkien e Bach, dove mi spostavo sul filone della psicologia del profondo e della medicina olistica, il tema di fondo era sempre la vibrazione emotiva, l’archetipo evocato da un certo personaggio, un certo paesaggio o un certo oggetto della Terra di Mezzo. Conoscere le vibrazioni emotive è la base per poter tornare, da un’esperienza in un “altro mondo” (l’Evasione di cui parla Tolkien nel suo saggio Sulle fiabe), in questa realtà con occhi rinnovati e capaci di coglierne nuovamente la bellezza e l’entusiasmo intimo (ecco il Recupero di cui parla sempre il creatore di Bilbo e Frodo). Io trovo che questo effetto possa essere riscontrato anche in vari autori che nei loro libri hanno parlato del mondo reale, e che la loro lettura consapevole (così come l’assunzione degli appropriati rimedi floreali del Dr. Edward Bach) sia un modo per risintonizzarsi su queste frequenze armoniche.

E le traduzioni?

Sono l’altra mia grande passione (e il mio lavoro). In realtà c’è una perfetta continuità tra la mia opera di scrittore e quella di traduttore. Tradurre (soprattutto narrativa, ma anche saggistica, e pure le stesse guide turistiche) è un’eccellente scuola di scrittura, perché permette di acquisire maggior consapevolezza proprio delle summenzionate vibrazioni emotive legate a ogni parola. Insomma, rende letterariamente più consapevoli, e inoltre alimenta la curiosità per il mondo (infatti sono un appassionato viaggiatore). In questo senso, e anche per ragioni di amicizia personale, sono fiero e felice di essere il traduttore italiano del grande scrittore cubano Amir Valle (http://amirvalle.com) di cui ho tradotto per le Edizioni Anordest il bellissimo romanzo "Non lasciar mai che ti vedano piangere" e del quale tradurrò anche degli avvincenti noir ambientati a Cuba. Altra grande soddisfazione, perché è un libro che sposa appieno il mio approccio alle tematiche tolkieniane, è stato tradurre il saggio La saggezza della Contea, dell’autore americano Noble Smith: un libro edito da Sperling & Kupfer che ci fa concretamente vedere come l’approccio alla vita tipico degli Hobbit possa renderci molto più lieta l’esistenza terrena.

 
di Redazione (pubblicato il 12/11/2012 alle  19:56:50, nella sezione LIBRI,  942 letture)

Il Centro Studi di tradizioni popolari “Turiddu Bella” di Siracusa organizza per Venerdì 16 novembre alle ore 18,00 presso la sala conferenze della biblioteca “Innocenziana” dei frati cappuccini, la presentazione del libro del dott. Pippo Bufardeci dal titolo “BASALATU” - “Parole e modi di dire del parlare dialettale”. Sempre attento alle tradizioni e ai costumi del suo paese d’origine, l’autore, originario di Pachino, nella zona sud della provincia di Siracusa, ha voluto avventurarsi nella ricerca di parole ed espressioni tipiche, raccolte dalla viva voce dei suoi conterranei che parlano ancora il dialetto, condensandole poi in un glossario. La lettura di questo libro, se per le persone di una certa età può essere un ricordo di conoscenze già acquisite, per i giovani è un utile strumento di conoscenza del dialetto, così come viene parlato in un’ampia zona della nostra isola, la zona del “ciù”, come la definisce lui stesso, per distinguerla da quella del “chiù”. Il libro sarà presentato da Corrado Di Pietro, noto cultore di etnografia. Seguirà un intervento della dott.ssa Assunta Rizza, presidente della Coperativa socio-culturale “Leonardo” di Pachino. Saranno presenti l’editore Carlo Morrone e il poeta e pittore Angelo Rullini, autore delle illustrazioni del libro.

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 05/11/2012 alle  16:46:45, nella sezione LIBRI,  975 letture)

Ho conosciuto Enrico Gregori come autore di gialli pubblicati per Azimut, Bietti e Historica. Il suo lavoro, caposervizio di cronaca nera al Messaggero di Roma, che gli ha permesso di occuparsi di alcuni dei più importanti episodi degli ultimi anni di storia italiana (dal caso di Emanuela Orlandi, alla Banda della Magliana), unito alle sue doti narrative, hanno prodotto alcuni libri di gradevole lettura con una trama avvincente e ben strutturata. Pensavo che Gregori fosse soltanto un giallista, invece leggendo il suo ultimo lavoro, uscito per Historica edizioni, Quando il cielo era sempre più blu - Rino Gaetano raccontato da un amico, si comprende come la sua scrittura vada oltre le gabbie narrative imposte dalla narrativa di genere. Leggendo la biografia di Gregori, emerge la sua conoscenza della musica, avendo iniziato negli anni Settanta la sua carriera di giornalista come critico musicale per alcune riviste specializzate nel rock. Proprio grazie al suo lavoro di critico intreccia rapporti con Rino Gaetano con cui stringe una grande amicizia dettata dall’amore per la musica. Gregori conosce Rino Gaetano quando ancora deve raggiungere la notorietà e subito ne comprende la genialità, dalle prime canzoni fino al successo con il terzo posto al Festival di Sanremo e la consacrazione popolare. Il libro racconta un Rino Gaetano inedito, con episodi finora sconosciuti. Gregori tratteggia non solo il Rino Gaetano artista ma anche l’uomo con tutte le debolezze, le incertezze e la grande genuinità mantenuta anche dopo aver raggiunto il successo. Il tutto raccontato con uno stile di scrittura vicino al parlato, con dialoghi in romanesco resi nel migliore dei modi per avvicinare il lettore alla conoscenza di Rino Gaetano. La sensazione, una volta terminato il libro, è quella di essersi avvicinati alla quotidianità del cantautore calabrese e di aver conosciuto e apprezzato elementi del carattere che mettono in luce e aiutano a comprendere la sua produzione musicale. Un testo imprescindibile per tutti gli amanti di Rino Gaetano e una lettura consigliata per chi vuole cominciare a conoscerlo.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 28/10/2012 alle  19:55:01, nella sezione LIBRI,  1503 letture)

Giusi Contrafatto (nella foto la prima a sinistra durante la presentazione del libro “Passi”) è una imprenditrice siciliana che gestisce un'azienda di famiglia fondata dal nonno Giacomo nel 1930 a Caltagirone. Una donna forte e tenace che nasconde una sensibilità d'animo profonda, un patrimonio emozionale assai vasto che si trasforma in energia e creatività. Grande sognatrice, ama l'arte e la poesia come più alta espressione dei sentimenti e della natura che vivono in simbiosi. Segnata da esperienze molto profonde e significative, compone i suoi versi non perdendo mai di vista l'esempio più vero che attribuisce alla vita "perfetta e imperfetta" ma dotata di quell'armonia che ha sempre condotto "l'essere al vivere". La sua ultima fatica letteraria, la silloge di poesie “Passi”, è stata recentemente presentata in una serata alla Galleria Roma di Siracusa. In tanti hanno parlato dei suoi versi e della validità della sua esperienza poetica.

Così si esprime Giuseppe Messina: “La poesia di Giusi è pregna di credo, di rispettabile religiosità oltre ad essere tutta un cantico d’amore. È un continuo scrutarsi dentro, un perenne mettere a nudo la sua anima, mai celata dietro una qualsiasi maschera, ma esposta sempre, e soprattutto, alla sua stessa severa critica coscienza. È una sintesi di eternità cosciente ammonitrice di questo nostro difficile tempo che essa stessa sta attraversando. Giusi è quella che si ritrova nella poesia “La mia ombra”: “Conscia della mia ombra // volgerò il viso al sole // ologramma di me // che se pur il sole cade a terra// è la parte vera della mia essenza”. Eccola, illuminata e luminosa, cosciente che, quantunque ci si esponga alla luce, c’è sempre una parte di noi che rimane sconosciuta, ma spesso noi stessi sappiamo quale essa sia, perché questa è la parte più importante. E Gaetano Interlandi, da sensibile creativo e valido psichiatra, dice nella presentazione al libro: “La poetessa è alla ricerca del sacro sulla terra, l’amore è un demone che affonda le sue radici nelle profondità dell’animo umano, nell’inconscio, oscillante tra istintualità, sentimentalità e razionalità. Ricerca dell’infinito che è inconoscibile e tale rimane in fondo nonostante la ricerca di esplorazione, analisi e scoperta dei territori dell’amore. Del divino, dell’istinto, del non verbale non si ha mai l’ultima parola, le certezze si rivelano poi illusioni, il dato non è mai tratto, è un fluire indipendente da qualsiasi razionalità ma da una necessità teleologica interna e intrinseca alla materia di cui noi siamo inconsapevoli e involontarie espressioni continuamente alla ricerca di un senso che sfugge e ci costruiamo regole per opporci al caos che è dentro di noi, da cui proveniamo e verso cui andremo alla fine della nostra vita“.

E ancora Maria Luisa D’Agostino pronuncia parole ispirate: “Giusi Contrafatto è una poetessa siciliana e come tale annuncia già una specificità che è fortemente intrisa di questa terra,considerata dolente e incompiuta, nel sentire comune, per tutto ciò che l'abbondanza dei suoi beni sembra promettere e non mantenere. Ora, immergersi nel mare che l'isola richiama non è solo una sensazione che ci tenta e ci insegue,ma una metafora quasi irrinunciabile dell'oblio, dell'abbandono incosciente al quale ci spinge. E' quel “mare colore del vino”, di cui parla Sciascia, l'eterna tentazione dei siciliani di bere per dimenticare i mali antichi difficili da affrontare e ancor più da sconfiggere. Ma Giusi non è indulgente con sé stessa e nemmeno con l'umanità e, sotto l'urgenza di una passionalità connaturata trova l'antidoto a quel peccato originale che è l'immobilismo atavico e con la penna sembra tracciare un percorso che spiega e dispiega le ragioni della sofferenza e che spiega e dispiega le ragioni della sofferenza e che conduce verso la vita”.

 
di Redazione (pubblicato il 11/10/2012 alle  14:49:29, nella sezione LIBRI,  1099 letture)

Sabato 20 ottobre, alle ore 11,00, presso il Biblios Cafè di Siracusa, caffetteria letteraria (via del consiglio Reginale, Ortigia) , si terrà la conferenza stampa per la presentazione de “IL CANCELLO” racconto storico di Simona Lo Iacono, edizioni Melino-Nerella. Presentano il testo ai giornalisti Massimo Maugeri e l’editore Silvio Aparo. “Il cancello” è un racconto che Simona Lo Iacono dedica alla propria città. Ambientato nella Siracusa del 1492, coglie il momento doloroso dell’editto di espulsione degli ebrei dalla Sicilia. I luoghi sono quindi quelli della Giudecca e dei bagni di purificazione ebraici (gli antichi miqwè- nella foto quello della Giudecca ad Ortigia). E’ la narrazione di una fuga da una terra che il popolo ebraico considera la propria casa. La “Storia” espropria gli uomini dei propri affetti, dei vincoli di sangue, dei luoghi. In questo racconto la “Storia” fa razzia di un amore tra un ebreo e una siracusana. Un racconto sugli atti finali di un legame tenace e restio a farsi ingabbiare nelle strettoie degli uomini e delle loro logiche. Un omaggio alla Siracusa del 1500, delle sue strade, dei suoi abitanti.

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 07/10/2012 alle  12:04:57, nella sezione LIBRI,  940 letture)

Pagalamòssa! di Sacha Naspini è il terzo titolo della collana ePop, che propone libri Perdisa Pop pubblicati esclusivamente in versione digitale. Caratterizzata dalle copertine di Ivana Stoyanova, significativamente ispirate al test di Rorschach, la collana offre una selezione di testi brevi, economici e facili da acquistare, per dare ai lettori la possibilità di conoscere e apprezzare scritture italiane originali e di qualità.

La trama: due ragazzini, una noiosa domenica d’estate. Il cantiere di un albergo in costruzione. E un gioco, il Paga la mossa, che nella sua variante più spietata ha regole precise. Più che un passatempo è una prova, una sfida, una questione d’onore. Intorno «le strade sono deserte, basta alzare gli occhi per guardare lontano e le cose diventano liquide, sembra che siamo tutti dentro un acquario gigante». Ma i due giovani protagonisti di questa storia ignorano che il posto in cui si trovano riserva delle sorprese.

Sacha Naspini è nato a Grosseto. Ha pubblicato L’ingrato (2006), I sassi (2007), Never alone, Cento per cento, I Cariolanti (2009), Noir Désir – Né vincitori né vinti (2010), Le nostre assenze (2012). Ha pubblicato inoltre molti racconti in svariate antologie. Scrive per il cinema e la televisione. Il suo sito web è www.sachanaspini.eu.

Ho letto con rapidità il racconto lungo di Sacha Naspini, autore che apprezzo e che ho pubblicato tra i primi in Italia con L’ingrato e I sassi e che spero di ospitare ancora nel catalogo del Foglio Letterario (www.ilfoglioletterario.it), realtà che anche lui ha contribuito a lanciare nel panorama nazionale. Trovo difficile, se non impossibile, recensire un racconto breve. Ancor più complesso recensire un e-book, per me oggetto sconosciuto, dal quale mi tengo alla larga il più possibile, pur avendone pubblicato uno come autore, pur lanciando la collana e-book del Foglio Letterario, ma queste sono le contraddizioni di cui viviamo. Il punto di forza di Naspini è lo stile fluido, scarno, essenziale, scevro da orpelli descrittivi, la sua possibilità di imbastire trame e situazioni su qualsiasi genere di tematica, il suo talento da sceneggiatore, che lo porterà lontano. Naspini nasce scrittore di fiction, deve fare quello nella vita, perché gli riesce molto bene. Raccontare, affabulare, inventare situazioni, storie, affinare caratteri, creare soggetti dall’esperienza di vita quotidiana, imbastire dialoghi credibili e mescolare i generi alla letteratura. Sentiamo dalla sua viva voce una sorta di interpretazione autentica.

Come è nata l’idea del racconto?

Un po’ di tempo fa ho letto da qualche parte che ogni scrittore, almeno una volta, dovrebbe scrivere una storia ambientata in un albergo. Be’, diciamo che Pagalamòssa! potrebbe essere uno dei miei tentativi. Senza considerare che – come spiego nella nota introduttiva – questo corto è anche una sorta di spin-off al contrario di Come d’ottobre, romanzo che se ne sta qui, in paziente attesa d’uscire. Nel caso di Come d’ottobre il Bel Sole ospita le scene finali di una storia che ho veramente amato scrivere. Invece in Pagalamòssa! l’albergo è in costruzione, tutta la vicenda si svolge in quel casermone senza porte e senza finestre, durante una domenica d’estate.

L’albergo Bel Sole esiste davvero?

Il Bel Sole è un B&B dalle parti di Sarzana che mi ha ospitato per un certo periodo, nel 2008, durante le registrazioni del secondo disco dei Vaderrando (ancora inedito, e penso che lo resterà a lungo, non ho proprio tempo).

Pagalamòssa! esce per adesso solo in formato digitale (collana ePop di Perdisa, diretta da Antonio Paolacci). Quindi, un e-book. Una domanda provocatoria: già la gente non compra i libri e il libro ha il fascino del possesso, dell'oggetto, della cosa tangibile da conservare, da mettere in biblioteca. Perché mai dovrebbe comprare un e-book?

L’e-book è semplicemente un nuovo fenomeno di fruizione. E non riesco a non farmelo piacere: degli ultimi cinquanta libri che ho comprato, credo che almeno la metà siano in formato digitale. La mia sensazione è che anche in Italia – con i dovuti tempi di reazione – ci stiamo un po’ svegliando. Il nostro è un Paese di vecchi, dicono (e le proiezioni non sono rassicuranti); il mercato dell’avanguardia tecnologica stenta sempre, all’inizio. Ci sono casi in cui, parlando di libri digitali, sembra quasi di fare un torto a dio: non li puoi toccare, possedere, annusare, non ci puoi mettere i fiori a seccare dentro (probabilmente inventeranno un’app al più presto) eccetera. Insomma, sembra roba gelida, senza poesia. Ovviamente è tutta una questione d’abitudine – e poi tutto avanza senza soluzione, come al solito, inutile starci a girare intorno. Quindi ti rispondo così: io spesso compro in e-book perché solitamente costa meno. Mi permette di salvare la mia intera biblioteca virtuale e trasferirla dove e quando mi pare, portandola sempre con me. Mi permette di scrivere note lunghe (creando documenti linkati al tale punto, volendo, senza dovermi costringere a bordo pagina, col microscopio, o con pezzi di carta che poi tanto perdo o li incasino). Lo compro istantaneamente, dal mio studio (o da qualunque angolo del mondo). Posso effettuare ricerche istantanee in rete, senza il bisogno di altri supporti. Poi, se un libro mi piace particolarmente, magari lo compro di carta, che c’entra. E sicuramente c’è da fare di più per rendere gli e-book sicuri, a prova di pirateria. Inoltre credo che rappresentino anche un’opportunità di vera competizione per i piccoli editori, bypassando le spese di stampa e distribuzione. Detto questo, lo sgomento bello della pagina stampata continua ad avere comunque un forte ascendete, anche su di me.

Un’ultima battuta?

Ci tengo a specificare che né il Bel Sole né la Apple (o chi per loro) mi pagano per le pubblicità di cui sopra. In bocca al lupo a Sacha Naspini per la nuova esperienza in e-book. Segnatevi il suo nome, se già non lo conoscete. Ne sentirete parlare ancora…

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 06/10/2012 alle  18:29:42, nella sezione LIBRI,  880 letture)

Ne L’odore amaro delle felci (Edizioni della Meridiana) Giulio Maffii perfeziona il concetto di “atonalità mista”, sua intuizione nata sviluppando un andamento rapsodico della scrittura che sfugge ai canoni perfetti del contrappunto, come bene insegnava Schönberg per la musica. La poesia al pari delle piccole cose offre una possibilità di salvezza, nella certa consapevolezza del dubbio, nella ricerca di vie d`uscita alla sconforto umano e all`inquietudine che turba il vivere quotidiano. Maffii utilizza un linguaggio che Elio Pecora definisce “fuoco mite e durevole”, dando vita a ritmi e motivi che si snodano e si riallacciano tra loro partendo dall`esergo affidata ai versi di Margherita Guidacci non a caso tratti dal libro Poesie per poeti. Maffii è un grande studioso e conoscitore della poesia, delle sue regole e dei suoi paradossi: come direbbe Sandro Penna “Io non so più se muoio o se rinasco” e i versi contenuti in questo libro ne sono la riprova. Il libro di rara intensità si snoda in due parti complementari in cui i motivi si sviluppano e si riallacciano tra loro come in una partitura. “Un ritmo fluido, incalzante, a volte sincopato, raramente aspro e pausato. In questo ritmo risiede il fascino di questa poesia decisamente post-montaliana, allineata ai tempi odierni, tutta giocata tra disincanto e tentativo di non perdere le coordinate di un’esistenza che si sente spesso anonima e svilita” come correttamente nota Enrico Cerquiglini. Un lavoro innovativo che e` stato premiato con il prestigioso “Sandro Penna” nel passato appannaggio delle più importanti voci poetiche contemporanee. "Il mondo in tanta parte telchino/non lo sarà mai del tutto /una specie di lutto in chi si crede grande/e porta in sé la sua rovina/così mi addentro nella via di fuga/il gioco il tempo il ritmo delle foglie/lasciano semi d’ansia/radici sotterranee/Mi salvo lontano dalla gloria/delle cose effimere/mi salvo nella storia/delle cose piccole".

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 22/09/2012 alle  09:49:25, nella sezione LIBRI,  1006 letture)

Tommaso Carbone, Niente è come sembra, Rusconi Libri, 9,90 euro.

La notte del 20 febbraio del 1989 Lucia trova, nel bagno di casa, i corpi senza vita della figlia Miriam e del suo fidanzato Francesco. Il referto medico parla di morte per elettrocuzione provocata dal cattivo funzionamento di uno scaldabagno e la polizia chiude subito il caso. La madre di Francesco è però convinta che la morte dei ragazzi non sia accidentale. Dopo una serie di contraddittorie perizie, si rivolge a Max Ferretti, titolare di un’agenzia investigativa ed ex poliziotto, espulso dal corpo perché accusato di aver sparato deliberatamente a un pericoloso, ma disarmato serial killer. Quando i corpi vengono riesumati, Miriam presenta una frattura all’osso ioide... Chi ha ucciso i due giovani? E soprattutto, perché? Scampando miracolosamente a un attentato, tra reticenze e probabili collusioni politiche, toccherà al consumato investigatore e a Gaia, sua giovane socia, scoprire i colpevoli e dimostrare che spesso nella realtà Niente è come sembra.

Una storia ambigua che suscita numerosi sospetti. Morti nebulose, attribuite a un tragico incidente, che a sei anni di distanza non sono state ancora chiarite del tutto. Un caso aperto, che può rappresentare il giusto riscatto per un ex poliziotto come Max Ferretti, investigatore privato, marito in crisi, incaricato di seguire una storia che può cambiargli la vita. Miriam e Francesco, due fidanzatini, sono morti sei anni prima in quello che viene considerato un tragico incidente. La storia della ragazza è offuscata da vicende che Max, insieme alla collega Gaia, è deciso a chiarire per mettere in luce, una volta per tutte, la verità. Un passato di sesso, droga e conoscenze poco raccomandabili hanno segnato l’adolescenza di Miriam. Famiglie importanti, magistrati corrotti e mafiosi spietati fanno da contorno a un giallo che lascia con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. La verità verrà a galla, ma niente sarà più come prima. Un buon esordio narrativo per Tommaso Carbone, che alcuni anni fa aveva già pubblicato con Il Foglio Letterario (www.ilfoglioletterario.it), ma che adesso conquista un posto in una collana di narrativa di genere di un grande gruppo editoriale.

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 08/09/2012 alle  10:26:24, nella sezione LIBRI,  1444 letture)

Wendy Guerra, Tutti se ne vanno, Le Lettere, pag. 280, 18 euro.

Wendy Guerra (nella foto) è un’eccellente scrittrice cubana, nata nel 1970 all’Avana, laureata in regia cinematografica e radiotelevisiva presso la Facoltà di Scienze delle Comunicazioni dell’Istituto Superiore d’Arte. A Cuba, tra le cose positive costruite dopo il 1959, non si diventa registi per caso, ma esiste un vero e proprio corso di studi dove si studia tecnica e storia del cinema, grazie a lezioni impartite da veri maestri che si sono cibati di neorealismo, Godard, Fellini e cinema nordamericano indipendente. Wendy Guerra è un’allieva di Tomás Gutiérrez Alea, il suo stile letterario abbonda di piani sequenza descrittivi e di rapide pennellate che costruiscono caratteri e situazioni. Todos se van, tradotto in maniera egregia da Antonella Ciabatti per la collana Latinomericana, diretta da Martha Canfield per i tipi de Le Lettere, è scritto sotto forma di diario e comincia con una citazione tratta dal Diario di Anna Frank: “Potremmo chiudere gli occhi davanti a tutta questa miseria, ma pensiamo a coloro che ci erano cari, e per i quali temiamo il peggio, senza poterli aiutare”. Inutile dire che l’autrice parla di Cuba sotto metafora. Il diario è diviso in due parti. Nella prima parte abbiamo una bambina di nove anni che racconta la sua infanzia come un viaggio attraverso il dolore, contesa tra i genitori divorziati, in balia di un padre violento che la picchia, non la manda a scuola e spesso torna a casa ubriaco. “Ho pagato un prezzo molto alto per crescere da sola mentre tutti se ne andavano dall’isola”, afferma la protagonista. E vive un’esistenza costellata di abbandoni, per motivi sentimentali o politici, economici e di semplice vita quotidiana. La ragazzina cresce mentre tutti se ne vanno. Inesorabilmente. La seconda parte del romanzo è la più disperata. La bambina diventa adolescente proprio mentre i regimi socialisti vanno in crisi e crollano uno dopo l’altro, fino alla caduta del muro di Berlino. Wendy Guerra racconta con magistrali pagine di taglio cinematografico e con tono lirico la fine di un sistema, le fughe e la solitudine di una ragazzina che osserva il mondo cambiare mentre vede gli amici scappare. Il Diario potrebbe essere in parte autobiografico, in ogni caso l’autrice ha vissuto in prima persona certe situazioni, perché è nata nel 1970 e alla caduta del muro di Berlino compiva diciannove anni. Wendy Guerra racconta la Cuba dei black-out energetici (apagón), dei poveri solar dove vivono famiglie senza possibilità economiche, dei giovani nascosti in umidi sottoscala per ascoltare i Beatles (“erano più proibiti che mangiare carne”), delle raccolte fallimentari di canna da zucchero, delle persecuzioni agli omosessuali, delle ideologie perdute. Racconta “la guerra fredda del silenzio adolescente”, mixata con la guerra fredda della politica, con un isolamento culturale che allontana i giovani sempre più dal sistema. “Il mio Diario è un lusso, è la mia medicina, è ciò che mi mantiene in piedi. Senza di lui non arriverei ai venti anni. Io sono lui e lui è me. Entrambi non ci fidiamo”. Racconta di una ragazzina che vuole scappare dagli slogan e dalle ideologie, che non sopporta più quel che accade, ma si rende conto che fuggire dalla politica significa andare via da Cuba. E poi il romanzo è costellato di stupende immagini letterarie: “L’Avana odora di gas liquido e di pesce fresco, che viene dall’aria salata del Malecón”. Tutti se ne vanno racconta anche la paura del futuro, perché crollano i muri, i giovani scappano, ma i vecchi non sanno vivere senza muri e temono quel che potrà accadere. La conclusione non lascia scampo: “Sono all’Avana, ci provo, cerco di avanzare ogni giorno un po’ di più. Ma una volta gelato il mare dei Caraibi, non c’è alcuna possibilità di arrivare in nessun posto. Da questa parte continuo a scrivere il mio Diario, a svernare nelle mie idee, senza potermi spostare, per sempre condannata all’immobilità”. Questo è il destino della ragazzina, ma anche della scrittrice, che pubblica i suoi romanzi in tutto il mondo, ma che - come Cabrera Infante e Reinaldo Arenas - è inedita a Cuba, a parte alcune innocue raccolte di poesie.

Todos se van (2006) è il debutto letterario di Wendy Guerra, il libro ha riscosso un enorme successo in Spagna, dove ha vinto il premio Bruguera, è stato tradotto in molte lingue, ma in Italia è uscito nel 2007, passando inosservato, come quasi tutti i libri che raccontano il vero volto di Cuba e che sono invisi al regime. Molto spesso mi faccio una domanda alla quale non so dare risposta: l’apparato castrista dirige la nostra politica culturale? Resta il fatto che Wendy Guerra è una grande scrittrice di cui ci priviamo, a vantaggio di inutili e ripetitivi titoli commerciali. La Guerra ha pubblicato anche Nunca fui Primera Dama (Bruguera - Barcellona, 2008), mentre da poco è uscito Posar desnuda en La Habana (Alfaguara, 2012), entrambi inediti nel nostro paese. Ha dato alle stampe tre raccolte di poesie: Platea oscura (L’Avana, 1987), Cabeza rapada (L’Avana, 1996) e Ropa interior (Bruguera - Barcellona, 2008). Scrive un blog interessante intitolato Habaname per il periodico spagnolo El Mundo: http://www.elmundo.es/blogs/elmundo/habaname/. Leggiamo un capitolo tratto da Tutti se ne vanno. I giorni dell’attesa - 1989 (pagina 197):

Ogni mattina mia madre mi chiama per dirmi quale governo dell’Europa dell’Est è caduto. Si gode tutto ciò come se fosse un grande show. Osvaldo chiama poco da Parigi. Quando lo fa mi chiede di prepararmi al viaggio. Io mi occupo di suddividere i messaggi per le mogli degli altri pittori che se ne stanno andando via poco a poco. Non voglio compromettere nessuno su questo Diario. E neppure raccontare alla lettera i miei piani. C’è bisogno di molto silenzio e di molta discrezione per uscire da Cuba in questo momento. Noi artisti siamo presi di mira. Ci sono più poliziotti che critici in mezzo a noi. Non esco quasi di casa, non vado a trovare nessuno perché la maggior parte dei miei amici se n’è andata. Lucia e sua madre sono a Madrid. Se ne sono andate senza dirlo. Di tutti quelli che avevano iniziato la scuola, saremo in pochi a diplomarci. Jesús continua a vendere i quadri di Osvaldo e a procurare borse di studio per allungare il soggiorno dei pittori che se ne sono andati con lui. Ha ottenuto l’appoggio della fondazione Mitterand. Il suo progetto va avanti. Il libro di Cleo sta per uscire in Francia. Mi resta solo da dire addio. La mia rubrica telefonica è piena di segni rossi. Non posso più fare quei numeri. Non mi risponderebbe nessuno. La città è abitata quasi solo da sconosciuti. Tutti se ne vanno. Mi lasciano sola. Il telefono non suona più. Io aspetto il mio turno in silenzio.

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 16/08/2012 alle  14:03:13, nella sezione LIBRI,  1046 letture)

Davide e Francesco Barilli, La ragazza di Alamar, Fedelo's Editrice, p. 80, 11,50 euro.

La ragazza di Alamar è un nuovo racconto cubano di Davide Barilli, anche se sarebbe meglio dire che si tratta di una serie di pennellate caraibiche riunite sotto il comune denominatore dell’amore per Cuba. Il libro segue il successo di Carte d’Avana, premio Microeditoria di qualità 2011, e si avvale dei dipinti del grande regista Francesco Barilli (Il profumo della signora in nero e Pensione paura), da un po’ di tempo dedito alle arti figurative. Il libro è in duplice versione, italiana e spagnola.

La frase finale del breve testo sintetizza il tono lirico della raccolta. “Restò lì a lungo, fino a quando vide rosseggiare il tramonto sulla baia. Senza smettere di riflettere sul fatto che la ragazza delle rocce di Alamar e anche l’Avana erano proprio come quella fetta di torta sulla guagua. Bellissime, in bilico, fragili, segrete; oscillanti in un miracoloso e precario equilibrio che sembrava poter crollare da un momento all’altro”.

L’autore compone brevi racconti che vogliono incuriosire il lettore su molteplici aspetti della vita cubana: Almendrón, Barbacoa, Cambolero, Despues de la lluvia, Escarcha de uñas, Fumigador, Yerbero, Avenida de Italia, Llega y pón, Guagua, Malecon. Terminata la lettura sappiamo qualcosa di più su Cuba, ci togliamo alcune curiosità sulle auto antiche che percorrono le strade della capitale, conosciamo gli autobus cittadini, scopriamo che anche a Cuba esistono le baracche, veniamo sapere che una droga fatta di pietre viene spacciata lungo le vie avanere e percorriamo il lungomare più romantico del mondo. Le descrizioni sono intense, liriche, profonde, gli spaccati di vita realistici, privi di luoghi comuni e mai consolatori. Muoviamo solo un rimprovero a Davide Barilli, che ama Cuba incondizionatamente, quello di non prendere una posizione politica precisa, di tenersi lontano da giudizi di merito, un po’ come fanno gli scrittori che vivono a Cuba e non vogliono avere problemi con la dittatura. Ma va bene lo stesso, tra le pieghe di tanto amore, si nota una tensione verso la libertà…

 
di Luca Raimondi (pubblicato il 10/08/2012 alle  10:25:53, nella sezione LIBRI,  1440 letture)

Nel dicembre del 1941, un commando delle SS assalta un mercantile alleato in partenza dal Congo Belga, con lo scopo di impadronirsi di centinaia di tonnellate di minerale d’uranio. Lo scopo è chiaramente quello di concepire l’arma più devastante mai creata dall’uomo, ben prima di Hiroshima e Nagasaki. Così la quarta di copertina sintetizza il contenuto del romanzo “La caduta degli dei – Le armi della vendetta”, opera prima del siracusano Luigi Mirabella, ma l’assalto delle SS è soltanto il prologo ad un romanzo di quasi 500 pagine stampate con un carattere fitto. Uscito un po’ in sordina nel catalogo dell’editore Morrone nel 2011 ma presentato a maggio presso il Salone Internazionale del Libro di Torino, il romanzo di Mirabella si segnala non solo per la generosità narrativa (le vicende si dipanano per quattro anni, dal 1941 al 1945 e sono relative ad un folto numero di personaggi), ma anche per la qualità della scrittura e per l’accuratezza della ricostruzione storica, precisa fin nei minimi dettagli, davvero sorprendente per un autore di appena trent’anni. Da sottolineare anche l'assenza di manicheismo: Mirabella indaga bene, con realismo, le zone oscure dell'uno e dell'altro schieramento, dove non ci sono eroi ma uomini travolti da eventi più grandi di loro.

Poiché sono un suo concittadino, ho potuto incontrarlo di persona e rivolgergli alcune domande. “Il mio è un romanzo di fantasia, ci tengo a chiarirlo, lo sfondo storico è però ben definito. Sono laureato in Tecnologie Applicate alla Conservazione e al Restauro dei Beni Culturali e ho sempre amato la storia. L’ispirazione è però di vecchia data, antecedente ai miei studi. Avevo sedici anni quando il nonno di un mio amico mi illustrò una teoria per cui la bomba atomica era stata in realtà inventata dai nazisti. Gli Alleati l’avevano poi trafugata per impiegarla poi successivamente, com’è noto. Lui sosteneva addirittura di aver visto con i suoi occhi un test atomico tedesco. In effetti un programma nucleare tedesco era effettivamente in corso, anche se non si hanno prove concrete della creazione di una vera e propria arma. Successivamente quella teoria è stata esposta nel saggio di uno storico berlinese, Rainer Karlsch, e ho pensato di costruirvi sopra un romanzo di cui avevo già bene in mente l’inizio e la fine. Tutto quel che v’era in mezzo l’ho costruito utilizzando schemi letterari d’oltreoceano, guardando soprattutto ad autori come Tom Clancy e Patrick Robinson”. Da questi autori (a cui aggiungerei Ken Follett, molto affine per plot e stile), Mirabella ha preso anche il gusto per progetti narrativi a lungo respiro: ha già terminato la stesura di “Discesa all’inferno”, primo libro di una trilogia in cui i protagonisti sono sempre militari, questa volta italiani e alle prese – ai giorni nostri – con una serrata lotta al terrorismo internazionale. “Mi aiuta un amico militare prodigo di consigli, ma devo dire che molto utile per la mia ispirazione si è rivelata l’esperienza del soft air, disciplina sportiva di squadra basata sulle simulazioni tattico-militari che mi suggerisce sempre molte idee”. Un autore dunque da tenere sott’occhio e che ha le carte in regola per diventare un nome importante del romanzo d’azione a sfondo militare dove gli americani e i britannici la fanno da padroni, ma che già da qualche tempo anche in Italia abbiamo imparato a produrre (Alan D. Altieri su tutti).

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 28/07/2012 alle  09:08:31, nella sezione LIBRI,  1001 letture)

Beppe Iannozzi, Angeli caduti, Cicorivolta Edizioni, p. 230, 13 euro.

Giuseppe Iannozzi, detto Beppe, è un agitatore culturale niente male, recensore sincero e letterato naïf, come piacciono a me, perché le persone simili sono destinate a incontrarsi nel mare magnum della nostra narrativa contemporanea. Pure a lui sta sullo stomaco (usiamo un francesismo) Piperno, ma anche un sacco d’altra gente che ci spacciano per letteratura e invece è spazzatura. Il suffisso è identico, ma non è proprio la stessa cosa. Iannozzi nasce nel 1972, non è dato sapere dove, ma ci tiene a definirsi torinese d’adozione, anche perché molti suoi racconti sono ambientati tra periferia e strade della prima capitale d’Italia. Molto attivo in rete, basta digitare iannozzigiuseppe.wordpress.com per collegarsi alla sua pagina personale e iannozzigiuseppe.blogspot.com per sapere quali sono i suoi gusti letterari, ma anche biogiannozzi.splinder.com per scoprire il suo lato lirico e sentimentale.

Angeli caduti è la sua seconda pubblicazione ufficiale dopo il romanzo Amanti nel buio di una stanza, uscito con un editore che ometto di ricordare, mentre il nuovo lavoro esce per l’intraprendente casa toscana Cicorivolta che ci ha abituati a scoperte interessanti. Simone Manservisi per tutti, visto che ho pubblicato con Il Foglio Letterario i recenti Il fardello e Mondemer. Angeli caduti è una raccolta di racconti, una di quelle cose che gli editori importanti fuggono come la peste, a meno che non ti chiami Giulio Mozzi, ma se non sei famoso col piffero che te la pubblicano. Iannozzi raccoglie spunti narrativi brevissimi di vario taglio, si va dal poetico e originale Amen (dove lo stile è tutto), ai brevi e romantici Amore ostinato e Come in un film, passando per i grotteschi e violenti Due ragazzi, Vendetta senza futuro, Kurt, soffermandoci su storie di impronta politico - esistenziale come Nato fascista. Iannozzi cita De Andrè (La morte di Bocca di Rosa, Nato fascista), Guccini (“dove vanno le ragazze della notte…”), Hemingway, Rimbaud, Pasolini, Pavese (La morte con i tuoi occhi), Burroughs (La ragazza del poeta), Ruggero Guarini e persino la Genesi. Alcuni racconti sono irrisolti, sembrano abbozzi, pensieri, tracce letterarie per un romanzo da scrivere, pagine incompiute destinate a fermare un’emozione. In altri casi ci troviamo di fronte a vere perle letterarie, vergate con stile che passa dal poetico al crudo, mettendo in mostra una filosofia esistenziale e un laicismo che non è mai ateismo, ma è basato su una religiosità ancestrale. La morte con i tuoi occhi è il racconto che preferisco di questa raccolta che presenta alti e bassi, ma dal livello medio decisamente buono, forse perché legato alla scrittura di Pavese e ambientato in una Torino notturna e postribolare. L’amicizia tra due persone diverse ma complementari, un uomo che ha letto la vita sui libri e l’altro che ha imparato a vivere lungo le strade di Torino, che “si fondono in una ragnatela di umane contraddizioni”. Beppe Iannozzi è uno scrittore che ha un sacco di cose da dire. Cicorivolta è un editore che scopre talenti. Erano destinati a incontrarsi.

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 23/07/2012 alle  12:09:49, nella sezione LIBRI,  1008 letture)

Questa non è una recensione, perché su Lorenza Ghinelli sarei attendibile soltanto se scrivessi una stroncatura, e non è proprio il caso. Lorenza Ghinelli è uno dei prodotti più interessanti della scuderia del Foglio Letterario (www.ilfoglioletterario.it) che nel 1999 abbiamo messo su a Piombino, io e alcuni amici appassionati di letteratura. Non è la sola, certo. Sacha Naspini (adesso autore Elliott, Guanda…), Gianfranco Franchi (Castelvecchi), Claudio Volpe (presentato allo Strega, passato Anordest Edizioni), Marco Ballestracci (Instar), non sono da meno. Lorenza Ghinelli si era posta all’attenzione del grande pubblico con Il divoratore, caso letterario del 2011, una storia horror originale che in realtà (come Il nascondiglio di Avati ma anche diverse pellicole di Del Toro) celava riferimenti alla malattia mentale. Un agente letterario coraggioso e intraprendente come Martin Eden l’ha portata alla ribalta della grande editoria, facendole ristampare il romanzo pubblicato dal Foglio Letterario, senza interventi magici da editor, pure se vi diranno il contrario, posso dimostrarlo perché ho ancora una cassa di copie invendute in magazzino. Adesso ha pubblicato La colpa e si è trovata in finale al Premio Strega, concorrendo niente meno che con Piperno e Carofiglio, ma anche con Trevi e Fois. Diciamoci la verità, il libro più bello era Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi, invece, come spesso accade, ha vinto il peggiore, non mi ricordo neppure il titolo (e non me lo voglio ricordare), una cosa illeggibile scritta da Piperno. Ecco, il miglior pregio de La colpa, invece, è proprio la leggibilità, uno stile secco, rapido, asciutto, senza tanti fronzoli letterari, tipico di un best-seller nordamericano. La colpa è un romanzo che si legge in due pomeriggi sotto l’ombrellone, che descrive molto bene i caratteri dei personaggi - tanto per cambiare bambini, la specialità di Lorenza - e conduce a un finale inaspettato nel quale si scopre l’origine della colpa. Estefan è convinto di aver ucciso il fratellino, Martino custodisce un terribile segreto, Greta convive con il senso di colpa di aver ucciso la madre, morta dopo averla messa al mondo. La colpa è un thriller alla Stephen King, ma anche alla Niccolò Ammaniti, ricco di introspezione psicologica, scritto in modo mai lineare, per flashback, facendo ricorso ai ricordi e mandando avanti l’azione per mezzo di un dialogo serrato. Il divoratore – che vi consiglio di leggere – possedeva una maggiore originalità e una spontaneità superiore. La colpa è un thriller più costruito, scritto per andare incontro ai gusti del lettore di best-seller, senza alcuna volontà di stupire, soprattutto meno ispirato. Opinione personale, comunque. Lorenza Ghinelli resta una nostra scoperta, un vanto del Foglio Letterario, che nessun editore che omette di citarci all’interno del volume ci potrà mai togliere. Noi rendiamo pan per focaccia perché non citiamo lui, convinti come siamo che al pubblico dell’editore non gliene possa importare di meno.

 
di Redazione (pubblicato il 20/07/2012 alle  10:24:46, nella sezione LIBRI,  1108 letture)

Ci sono molti modi per distruggere una persona, una di quelle è togliendole prestigio. Per la prima volta accademici e giornalisti con diverse idee politiche analizzano i metodi con cui il governo cubano, da oltre mezzo secolo, demolisce le reputazioni di persone e gruppi sociali. Esce dunque negli Stai Uniti, sia in lingua inglese che in spagnolo, la seconda edizione ampliata del libro El otro paredón (L'altro muro) che si avvale della prefazione del noto accademico venezuelano Ramón Guillermo Aveledo e di un articolo dello scrittore e giornalista italiano Gordiano Lupi, traduttore del blog Generación Y di Yoani Sánchez, le cui recensioni letterarie ospitiamo sempre volentieri su “Diorama".

In questo libro, non si affronta la distruzione di reputazione che potrebbe sviluppare un partito politico di opposizione contro il governo o un gruppo di consumatori insoddisfatti contro un ristorante. Non si parla di diffamazioni personali o di critiche istituzionali. Ci si riferisce invece a una forma organizzata di terrorismo statale orientato verso la deliberata e completa distruzione della credibilità di una persona, gruppo o istituzione. El otro paredón esamina questo tema alla luce dell’esperienza cubana ricorrendo a diversi esempi: il politico Carlos Márquez Sterling, l’impresario Amadeo Barletta, il giornalista Carlos Alberto Montaner e centri di studio accademici creati dallo stesso regime.

Rafael Rojas, noto intellettuale e storico delle idee cubane più rilevanti della sua generazione, centra la sua analisi sul fatto che il regime cubano si è sempre impegnato a fondo per costruire una storiografia ufficiale che contribuisca a legittimarlo. Uva de Aragón, importante scrittrice dell’esilio storico cubano, impegnata in una politica di riconciliazione, analizza il modo in cui la classe politica precedente alla rivoluzione sia stata demonizzata e l’arbitrarietà dei giudizi che hanno infangato la reputazione di uomini come suo padre, il Dr. Carlos Márquez Sterling, presidente dell’Assemblea Costituente nel 1940. Juan Antonio Blanco incentra il suo lavoro sull’impresario Amadeo Barletta e mostra come il governo cubano sia riuscito a demolire la sua reputazione, in primo luogo per confiscare arbitrariamente i suoi beni, quindi per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale quando, nel 1989, le strutture militari cubane sono state coinvolte in uno scandalo per operazioni di narcotraffico. Altri due autori, Ana Julia Faya e Carlos Alberto Montaner, espongono come anche partendo da prospettive opposte (marxista e liberale), entrambi siano stati vittime di questa sorta di terrorismo di Stato che è la demolizione della reputazione. Gordiano Lupi, scrittore italiano e giornalista specializzato in Cuba, espone le campagne di demolizione della reputazione della blogger cubana Yoani Sánchez in Italia.

Scrive l’editore, Marlene Morleon: “Gli storici devono fare uso di una metodologia rigorosa e imparziale per determinare il comportamento di ogni persona. I fatti vanno contestualizzati per poter capire bene le rispettive posizioni. La riconciliazione tra cubani reclama un rispetto della storia e dei comportamenti dei singoli protagonisti”.

 
di Redazione (pubblicato il 10/07/2012 alle  09:39:41, nella sezione LIBRI,  1199 letture)

Torna in libreria Barbara Becheroni con il suo ultimo romanzo dal titolo “Morire per amore” (Eclissi editrice): un’altra inchiesta per il commissario Marzia Leone, una milanese trapiantata a Siracusa, che - dopo aver indagato su allucinanti vicende di malasanità in “Nel dolore”, pubblicato dalla stessa casa editrice - stavolta si trova catapultata in una sorta di universo parallelo, il mondo dell’ippica, descritto da chi lo conosce bene. Barbara Becheroni, infatti, è un medico veterinario che si dedica ai cavalli sportivi e che in quel contesto ha già ambientato il romanzo di grande successo “La ragazza che amava i cavalli”. In questo caso la scrittrice, anch’ella come il suo alter-ego letterario milanese trapiantata in Sicilia, torna al genere giallo per sfatare molti miti, a partire dalle descrizioni di una Sicilia dove non brilla sempre il sole e le corse dei cavalli non sono sempre quello scenario di perfetta bellezza, fascino ed entusiasmo che le patinate riviste del settore descrivono. Marzia Leone si troverà coinvolta in un giro di valzer bagnato di sangue e fatto di sordidi intrighi, donne spietate, allenatori opportunisti, fantini e proprietari a caccia di gloria. E bellissimi cavalli, vittime inermi, silenziose, galoppano per noi alla conquista di un traguardo che potrebbe essere l’ultimo. Il libro sarà presentato in anteprima in provincia di Arezzo, presso l’Accademia di Equitazione Naturale Asvanara di Pieve Santo Stefano, ma già entro il mese di agosto è assai probabile che potremo dare notizia di una presentazione nella zona del siracusano.

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 07/07/2012 alle  09:39:40, nella sezione LIBRI,  1168 letture)

Alessandro Piperno vince lo Strega, come da copione. Lascia stare se in corsa per il premio c’era un capolavoro scritto da Emanuele Trevi. Lascia stare se c’era una scrittrice giovane come Lorenza Ghinelli che indaga la psiche umana con La colpa. Lascia stare se c’era Gianrico Carofiglio, che può non piacere il genere ma scrivere sa scrivere. Lo scrittore più illeggibile d’Italia aveva bisogno d’un rilancio, dopo morte prematura. Quale occasione migliore dello Strega per vendere l’invendibile? Il dittico de Il fuoco amico dei ricordi non se l’era filato nessuno. Mondadori parla di 25.000 copie vendute, ma sono balle, i soliti numeri gonfiati, della serie Mondadori Libri vende a Mondadori Distribuzione e si può dire quel che ci pare, tanto la bufala resta in casa. In ogni caso per loro 25.000 copie di Persecuzione e Inseparabili sono poche, mica ci pensano che hanno venduto il niente a prezzi altissimi, dopo aver pubblicato la fregatura più grande della storia: Con le peggiori intenzioni. Un polpettone indigesto e indigeribile ammannito dal Piperno all’incauto lettore della sua opera prima, osannato solo da Antonio D’Orrico, nume tutelare della nuova letteratura italiana, colui che ha definito Giorgio Faletti il più grande narratore contemporaneo. I lettori - sebbene italiani - non sono stupidi. Ho comprato Con le peggiori intenzioni, ho speso la bellezza di diciassette euro per rovinarmi le giornate con una lettura inutile e pretenziosa. Dopo basta, però. Uno ci mette la croce, come diceva mio nonno, e fa finta che Piperno non esista. Piuttosto si rilegge tutti i libri di Aldo Nove, da Gioventù cannibale a La balena più grande della Lombardia, piuttosto si dedica a Tiziano Scarpa, pure lui mi pare che abbia vinto uno Strega, ma l’effetto ancora non si vede. L’operazione Mondadori è chiara come il sole, credo che l’abbia capita anche mio figlio che in vita sua ha letto solo Geronimo Stilton e qualche manga giapponese. Si fa vincere lo Strega alla seconda parte del dittico, Inseparabili, si rilancia un autore morto e sepolto, si prova a farlo risorgere grazie a una magica fascetta che fa vendere di tutto. Potenza dei media. Berremo tutti l’acqua blu, come diceva Tenco. Non lo leggete Piperno, cari i miei quindici lettori, boicottate i best-seller intellettualmodaioli sfornati da editor arroganti che pensano di prendere per il culo il mondo dall’alto della loro spocchia. Alla faccia di Antonio D’Orrico, dedicando una pernacchia alla siciliana - come diceva Franco Franchi - alla giuria del Premio Strega, rileggetevi l’opera completa di Guillermo Cabrera Infante, uno che era davvero letteratura ma non se lo diceva da solo, ci pensavano gli altri. Ma mica D’Orrico o il velinaro al soldo di Tuttolibri, ormai Tuttoveline, parla persino di Marco Drago (Carneade, chi era costui?). No, glielo diceva Mario Vargas Llosa. Vuoi vedere che c’è differenza?

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 07/07/2012 alle  07:54:28, nella sezione LIBRI,  1549 letture)

Veronica ci piace assai e questo non è un mistero. Ha quella tragicità narrativa, probabilmente originata dal suo vissuto, che non è facile riscontrare nella narrativa contemporanea, spesso futile, fumettistica, banale. Dopo la saga dell’amore maledetto del suo romanzo d’esordio “Sangue di cane”, così tragico e avvincente, così partecipato e teso, così disperato, la Tomassini ci riprova con un racconto lungo pubblicato in formato ebook nella collana "Zoom" di Feltrinelli, “Il polacco Maciej”, spaccato di un’altra vita marginale e destinata anch’essa a tragica fine, quella di Maciej che trasportava caviale sui camion e dalla vodka non si eÌ mai voluto staccare. Un polacco approdato, come tanti altri, maschi e femmine, a Siracusa, che potrebbe rappresentare il porto della speranza e invece, il più delle volte, è l’ultimo approdo dove concludere un’esistenza di stenti, dove lasciar marcire al sole la carcassa di vecchi ubriaconi e appestate puttane. Ma affidiamoci al pensiero della stessa Veronica Tomassini che, in uno scritto, chiosa il suo racconto:

“Ho pensato a lungo a quell’uomo polacco di nome Maciej. Nella vita vera dormiva sulle panche dei giardini pubblici. I suoi connazionali, i polacchi che lo conoscevano, dicevano che era morto tre volte. Maciej non moriva mai. Traduceva la desolazione di ciò che restava della Polonia dopo la caduta del muro, quel che restava dei suoi sopravvissuti, non tutti però, uomini senza storia, qui in Italia, improvvisamente declinati da un nuovo genere di umanità, loro stessi finiti nel fosso di qualche pregiudizievole categoria: borderline, barboni, alcolisti, balordi, drop out. Maciej faceva parte dei nostalgici polacchi. Era una figura affascinante, coraggiosa, abietta. Sono gli eroi che preferisco, quelli che in Cechov ho amato tanto, capaci di procurare nel lettore il riso che ha il suono del singhiozzo: non è un risultato che ho ancora raggiunto; e tuttavia un tale risultato mi ha ampiamente decisamente influenzato così come la lettura dei racconti di Marek Hlasko o le congetture di Stavrogin, bello e crudele, in Dostoevskj. Il mio slavismo è la condizione da cui si parte. Il polacco Maciej posso considerarlo l’andito a “Sangue di cane”, ne anticipa i contenuti. Ma ne Il polacco Maciej la narrazione scorre volutamente priva di alcun sussulto, straniata come i personaggi del racconto. Antecedente anche da un punto di vista temporale e di molto, noto uno scarto nello stile che oggi mi appare evidente più che mai. Vedevo Maciej nella mia vita di tutti i giorni, drammatico e stolto nel suo declino, nella sua nudità che lo rendeva abietto e misero. Il quadro grottesco che mi offrì l’immagine di quest’uomo, lentamente vinto nel corpo e nello spirito dal suo male (l’alcol, la nostalgia, lo sradicamento di cui sopra), era inenarrabile, almeno così pensavo, e mi procurava le lacrime agli occhi. La vita del polacco Maciej era del tutto simile alla vita di un uomo che avevo amato profondamente, a lui devo il senso di pietà e la considerazione devota del dolore….La Polonia che evocava la loro criminale nostalgia era il battito stesso del mio polso, il ritmo del mio respiro, tutti i sogni che ho sognato, i libri che ho incontrato, non so spiegare molto bene forse. Ho aspettato Il polacco Maciej come l’anelito e il cenno che mi attendeva da sempre, la rivelazione, lo stigma ad una esistenza, diversa senz’altro, caratterizzata da continue resurrezioni, espiazioni e resurrezioni. Il polacco mi annunciava testimone, annunciava un ruolo inedito, la vedetta, sciagurata ottusa vedetta, ancorché sazia, ancorché ignara. E dunque, inforcando la vita dei dannati, compenetrandola, avrei dovuta raccontarla. E’ da Maciej che determino, in fondo, il mio tentativo di verità. Di quest’uomo, che morì tre volte e invece non moriva mai, volevo tracciare un doveroso elogio. Il racconto allora è la mia pubblica orazione. Ora che Maciej è morto davvero.”

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 26/06/2012 alle  09:49:00, nella sezione LIBRI,  1152 letture)

Karen Lojelo, L'ebbrezza del disincanto, Cut Up Edizioni, pag. 100, 15 euro.

Karen Lojelo non è alla prima pubblicazione, visto che ha già dato alle stampe L’amore che non c’è (2008) e le poesie di Binario 8 (2010), oltre a essere conosciuta su Internet come animatrice di un blog letterario originale e graficamente ben curato come www.wordshelter.it. "L’ebbrezza del disincanto" tecnicamente è un racconto lungo, perché non presenta le tipiche sottotrame di un romanzo, ma racconta una struggente storia d’amore in maniera lineare, accompagnando il lettore verso un finale inatteso. La scrittura di Karen Lojelo è letteraria, appassionata, evocativa, descrittiva e si abbandona a periodi intensi. "Ma è così che fa la vita, ti fa aspettare degli anni, fa passare interminabili giorni, mesi, stagioni senza che succeda nulla che avrai voglia di ricordare, e poi in un attimo tutto cambia". Il romanzo gode di una precisa ambientazione parigina, tra Montmartre e la gare de Lione, la Torre Eiffel, i Campi Elisi, il Trocadero, la Senna e il battello che ogni sera la percorre portando a bordo innamorati e turisti. I personaggi fondamentali del libro sono due, dalle loro emozioni scaturisce una storia d’amore rapida e profonda, un sentimento che lascerà il segno - anche a distanza di anni - nelle vite dei protagonisti. Pierre è un professore quarantenne, scapolo, rubacuori con le allieve, che nasconde un segreto inconfessabile nel suo passato. Clarissa è la ragazza che riempie il vuoto di un’esistenza monotona tra libri e lezioni scolastiche, provoca la scintilla d’un sogno d’amore fino all’ebbrezza del disincanto. Non aggiungo altro perché sciuperei la lettura, consigliata agli appassionati di storie d’amore letterarie, scritte senza sdolcinature ma con molti riferimenti poetici. L’autrice è una ragazza colta e la sua narrativa lascia trapelare un passato di letture importanti che non si dimenticano. Un appunto all’editore lo devo proprio fare. In tempi come questi che vedono librerie affollate di collane a basso costo con libri scritti da autori famosi, non è possibile far pagare 15 euro per un libro in brossura di 100 pagine con la copertina in cartoncino. Il contenuto merita, ma il lettore superficiale deve superare lo scoglio del prezzo…

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 05/06/2012 alle  16:14:57, nella sezione LIBRI,  1058 letture)

Adriana Pedicini, I luoghi della memoria, Arduino Sacco Editore, p. 110, 12 euro. 

Arduino Sacco è un editore che non chiede contributi agli autori e che non gode di finanziamenti pubblici”, recita il sito Internet della casa editrice - spartano ma efficace - che denota una struttura ai limiti dell’amatoriale, ma ben venga in questi tempi grami dove tutti si spacciano per professionisti della letteratura. Viva l’underground, che forse sarà la nostra salvezza! A proposito di Arduino Sacco vi invito a leggere I luoghi della memoria di Adriana Pedicini, un libro proustiano come tutti noi modesti scrittori abbiamo tentato (o siamo in procinto) di scrivere, una sfida alla ricerca del tempo perduto che ogni amante delle lettere cerca di intraprendere con esiti più o meno felici. Adriana Pedicini tocca le corde giuste con questi racconti sul filo della memoria, realisti, autobiografici, ebbri di ricordi, zeppi di odori e sapori del tempo passato. L’autrice rievoca il sapore dell’infanzia, personaggi indimenticabili del passato, lutti indelebili, mancanze che lasciano il segno, frammenti di amori perduti, esami di scuola vissuti con nostalgia, un esempio paterno e una fanciullezza lontana. I critici veri, che sanno di letteratura, storceranno il naso, diranno che Adriana Pedicini racconta i fatti suoi, che non si fa così, meglio inventare, costruire trame, affascinare il lettore con il solito giallo o con uno dei tanti inutili noir. Lasciamo ai soloni il loro compito, da tempo non ascoltiamo le campane che suonano il funerale della letteratura, accogliamo con entusiasmo questo libro di racconti e ricordi, perché l’autrice narrando i fatti propri racconta il passato di un’intera generazione. Da leggere e meditare.

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 31/05/2012 alle  10:35:27, nella sezione LIBRI,  1070 letture)

Francesco Guccini, Dizionario delle cose perdute, Mondadori, p. 140, 10 euro.

Premetto che sono un fan di Francesco Guccini cantante. Possiedo tutti i suoi dischi in vinile che ho cominciato a comprare nei primi anni Settanta, persino Radici, Francesco due anni dopo, Stanze di vita quotidiana, Via Paolo Fabbri. Ritengo che Guccini sia un poeta, degno di finire nelle antologie scolastiche, un cantastorie capace di raccontare in musica la nostra realtà, anche si lascia prendere da derive politiche non sempre condivisibili, ma questo fa parte delle idee e non è contestabile. Guccini è un mito per la mia generazione, un uomo imprescindibile, un personaggio fondamentale, uno dei pochi cantanti capaci di scaldare la platea di un concerto popolata tanto da ragazzi che da uomini della mia generazione. Tutto questo per dire che ho acquistato con entusiasmo il suo Dizionario delle cose perdute, edito da Mondadori, convinto che tra quelle pagine avrei trovato tutta la poesia delle ballate di Guccini. Mi è andata male, purtroppo. A ciascuno il suo, direbbero i latini. Se uno è bravo a suscitare emozioni usando la musica perché deve tentare di farlo scrivendo? Il libro di Guccini - introdotto da una pessima poesia di Raffaele La Capria che dovrebbe essere il logo della collana - è piatto, senza sangue, monocorde, procede con incedere nostalgico senza produrre fremiti di commozione. Un vero peccato, perché gli argomenti ci sarebbero stati, ma vengono trattati come in un tema scolastico di uno studente svogliato, scritti con una penna che non ha visto neppure da lontano l’inchiostro della letteratura. Il primo capitolo parla della pettinatura a banana che negli anni Sessanta andava di moda per i bambini piccoli, ma la narrazione ricorda una puntata del programma di Carlo Conti e non ha niente a che vedere con la scrittura. Si va avanti con il chewing-gum e di nuovo leggiamo un racconto pedissequo su tutto quello che gli americani hanno portato in Italia, ma senza un briciolo di partecipazione emotiva. In questi casi sarebbe utile interessare il lettore raccontando esperienze personali, non è possibile limitarsi a fare elenchi di cose perdute, non è questo il compito della letteratura. Il capitolo migliore è dedicato al cinema di terza visione, al rumore dei ragazzini, ai semi di zucca che adesso non mangia più nessuno, ma tutto il resto è noia, direbbe Califano. Un’occasione perduta per una rievocazione proustiana del tempo perduto. La cosa più bella è la copertina che riproduce un vecchio pacchetto di sigarette nazionali, ma che fastidio il nome dell’autore (richiamo per le allodole) a caratteri cubitali e il titolo quasi nascosto! Questo è proprio genere di editoria che non amo e contro la quale ho polemizzato in tre libercoli che nessuno ha letto. Visto che ogni tanto ci casco pure io, vuol dire che sono proprio bravi. Non come editori ma come venditori.

 
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