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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 01/10/2011 alle  09:18:19, nella sezione EDITORIALI,  972 letture)

Troppo semplice imputare tutti i nostri guai al “sistema”, alla “globalizzazione”, alla “crisi economica”, alla “bolla speculativa”. Termini che dicono tutto e niente, ma certamente tendono a non affrontare il tema delle responsabilità politiche di una intera classe dirigente di questo paese, di destra e di sinistra, che si è susseguita al potere negli anni senza mai riuscire a progettare un radicale cambiamento delle regole che coniugasse efficienza ed equità. E soprattutto sacrificando sull’altare del consenso elettorale a tutti i costi il futuro delle generazioni a venire. La politica è stata la cicala che ha cantato un’intera stagione e oggi muore di stenti, e lo merita. I cittadini sono ormai esausti, depressi, arrabbiati, saturi di un sistema inaccettabile nel quale lo “Stato” rapina più della metà dei loro guadagni, sia che si parli di lavoratori dipendenti che di imprenditori o professionisti, nel quale il costo del lavoro è diventato talmente proibitivo da non consentire la crescita occupazionale, nel quale i processi durano decine d’anni, nel quale non c’è certezza della pena, dove non ti fidi ad andare all’ospedale perché non sai come ne uscirai, sempre che ci sia il posto letto disponibile, nel quale la burocrazia offende il comune buon senso. Un sistema, cioè uno Stato, in cui si può arrestare un cittadino sulla base di sospetti e fargli fare 18 mesi di carcere preventivo, in cui se sei accusato di un reato ti sbattono in prima pagina e se sei in seguito prosciolto da ogni accusa ti toccheranno due righe in trentesima, in cui la gente non parla più al telefono per paura di essere intercettata, in cui le banche spadroneggiano impedendo l’accesso al credito agli imprenditori e ai cittadini, in cui si preferisce imbottire i cervelli di gossip e di scandali di infimo livello. Questo “sistema” non offre vie d’uscita e non potrà essere sopportato a lungo. Temete la rabbia dei giovani cui è stato estorto il futuro. I tempi sono maturi per una rivoluzione, speriamo democratica e incruenta, ma necessaria.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 01/09/2011 alle  11:33:44, nella sezione EDITORIALI,  931 letture)

Gli ultimissimi episodi riportati dalla stampa locale hanno evidenziato quanto poco sia partecipato il problema dell’handicap soprattutto motorio in un paese in cui la propria ansia di trovare parcheggio nelle immediate vicinanze degli esercizi commerciali prevale su tutto, anche sui diritti sanciti per legge che riservano ai disabili posti auto e passaggi facilitati che, invece, regolarmente vengono ostruiti. “L’handicap non è insito nella persona con difficoltà, è piuttosto uno status della persona” – questa frase lapidaria conferisce un senso preciso alla necessità di abbattere ogni tipo di barriere architettoniche che rendono non vivibili tanti spazi pubblici a coloro che sopportano già il peso di un disagio. Un tema spesso dibattuto negli anni passati ma ancora drammaticamente attuale vista la situazione non ben definita malgrado le normative promulgate in materia, a cominciare da quella legge n. 13/89 che a distanza di più di vent’anni dalla sua emanazione ancora non è del tutto operativa. Tutto ciò è ampiamente documentato dalle barriere ancora esistenti, tante, visto che sono ancora poche quelle strutture che hanno saputo adeguarsi superando ogni ostacolo. Gli interventi di Mimmo Di Franco ad Augusta hanno più volte denunciato come il fenomeno sia ampiamente presente anche nella nostra cittadina. Il mancato adeguamento degli edifici pubblici, negli uffici comunali, nelle scuole, negli ambulatori dell’ASP, nelle Poste o altrove è una grave carenza cui si aggiunge il comportamento dei cittadini allorquando lasciano la macchina parcheggiata davanti a uno scivolo, impedendo così l’accesso e il transito delle carrozzelle, o occupano un parcheggio riservato agli invalidi delineato con le strisce gialle. Si parla tanto di solidarietà ma sarebbe più opportuno ricordarsene concretamente tutti i giorni nei comportamenti comuni. “Pari opportunità” deve essere un concetto che vale erga omnes, per tutte le categorie sociali svantaggiate, e che deve essere sentito innanzitutto nelle coscienze civili prima ancora che in sede giuridica.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 23/08/2011 alle  17:24:42, nella sezione EDITORIALI,  1257 letture)

Agosto mese di ferie e di spese vacanziere. Col solleone il paese viene abbandonato e i deserti negozi del centro storico tirano la cinghia come sono ormai abituati a fare da tempo. Con l’apertura del nuovo megastore sulla strada di Monte Amara altre “male fruscule”, come si suol dire, si abbattono sui commercianti augustani. Prima i negozi dei cinesi dove a poco prezzo si veste una gran parte dei cittadini di una fascia economicamente debole che, in regime di euro, devono fare i conti con la propria tasca e acquistare oculatamente merce magari non di grande qualità ma certamente conveniente perché prodotta in paesi dove la mano d’opera costa poco. La fascia sociale appena più su si serve dei vari centri commerciali esistenti sul territorio limitrofo. Al massimo compra nei vari supermercati, sigle nazionali e network internazionali che si moltiplicano in maniera esponenziale. Mi si dirà: questo è il progresso, questa è la globalizzazione. Un po’ come gli indiani nelle riserve i piccoli commercianti verranno ricacciati nell’oblio dei fallimenti, perché nessuno di essi può reggere a lungo la concorrenza della grande distribuzione. Un mondo antico che si chiude, che si avvita su se stesso, portandosi dietro amarezze e disillusioni di chi ha retto un’azienda commerciale, magari tramandata da padre in figlio, per anni e che ora è costretto alla resa, alla prematura scomparsa, al suicidio commerciale, al karakiri senza onore e senza speranza. E’ una fetta di cultura che se ne va, che scompare nelle nebbie di una società massificata e arida, dove non vi è più posto per il rapporto personale e di fiducia che correva tra il commerciante o l’artigiano e i propri clienti, sostituiti dal prelievo solitario ed autistico della merce dalle mensole dei megastore, sostituito dai carrelli ricolmi e in ultimo perfino dalle casse automatiche, dove lo stesso cliente si pesa la merce, la imbusta, viene istruito sulla procedura dalla voce metallica del computer e paga mediante bancomat o carta di credito salutato dalla macchinetta cibernetica con tutta la cordialità che una macchina può conferire al proprio messaggio preregistrato. Bastonate, sono proprio bastonate da parte delle grosse cattedrali del commercio senza frontiere sulle fragili edicole votive di chi si appresta a chiudere per sempre i battenti della propria botteguccia. Ma in un periodo di vuoto della cultura e della memoria, in un momento così politicamente scorretto, a chi volete che importi tutto ciò?

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 01/07/2011 alle  10:03:06, nella sezione EDITORIALI,  1165 letture)

La vecchia scuola democristiana insegnava che la politica è l’arte della mediazione, della realizzazione del possibile, dello scongiurare scontri sociali troppo acuti, e questa concezione, questa visione ancestrale, torna oggi alla ribalta perché cruenti scontri sociali dovuti alla crisi economica sono alle porte. La gente, i cittadini, affronta problematiche quotidiane che riguardano soprattutto il lavoro, le capacità di prospettare un futuro, le difficoltà del vivere e/o del sopravvivere, le vecchie e nuove povertà, l’eterna crisi del meridione, le emarginazioni di varia natura. La politica dovrebbe saper dare risposte in tempi brevi, ascoltare i lamenti dell’elettore, risolvere i disagi del cittadino, ma questa nostra classe dirigente fatta di “onorevoli” a vita, la cosiddetta “casta”, di assessori regionali “unti dal Signore”, di deputati che vengono eletti in forza di un maggioritario dominato dalle alleanze e sempre meno bisognoso del singolo voto dell’elettore, non ha più tempo da dedicare all’attività di segreteria, a ricevere e sentire la gente, a costituire un punto d’appoggio per il singolo cittadino che, in forza di un’appartenenza, si trovi nella necessità di essere assistito e consigliato.  Si torna quindi a riconsiderare con occhi diversi un passato, mondandolo dalle frasche secche del clientelismo, per portare alla luce quanto di positivo una certa concezione della politica come “servizio” poteva avere, con l’umanizzazione dei rapporti tra il politico di turno e il cittadino elettore. Berlusconi appariva a molti come un riformatore. Ma alcune delle sue promesse sono state disattese durante il suo mandato, anche se in buona parte per i noti motivi di congiuntura internazionale, ma ugualmente Berlusconi ha pagato il conto di tutto questo alle recenti amministrative e perfino nei referendum. Insomma, siamo in una fase di stallo della politica e si naviga a vista con maggioranze risicate in questa nostra Italia sull’orlo di una crisi di nervi, in questa nazione che mantiene inalterate le sue contraddizioni e le sue sperequazioni, tra nord industriale e sud “turistico”, tra ricchi che spendono e poveri che non possono neppure risparmiare, tra lavoratori che non possono andare in pensione e giovani disoccupati ai quali è interdetto l’ingresso nel mondo del lavoro o ai quali vengono offerti soltanto contratti temporanei di sfruttamento o umiliante precariato a vita. C’è bisogno di tornare velocemente a più moderati ma nello stesso tempo più efficaci comportamenti della politica, di ricercare momenti di equilibrio rispetto alle tensioni estreme, di far prevalere regole e ragionamenti, di rafforzare la democrazia, mediante la rappresentanza degli interessi che, nella complessa pluralità di una società moderna ed avanzata, sono molti, moltissimi, e tali da poter essere meglio espressi probabilmente con un sistema proporzionale, per quanto corretto e meditato.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 23/08/2010 alle  12:02:06, nella sezione EDITORIALI,  1067 letture)

Sappiamo che solo l’unione fa la forza e come sia necessaria la condivisione di progetti e di energie per far ripartire una voglia di cultura oggi latente ma che può qualificare e riempire di contenuti le buone intenzioni delle tante associazioni che non riescono a mantenere nel tempo gli impegni presi e finiscono per essere soltanto castelli di carta. Tali associazioni devono poter esistere ed operare anche in carenza di contributi pubblici i quali semmai devono venire dopo, a consuntivo di un’attività culturale svolta nel lungo periodo, se si è riusciti a realizzare qualcosa di buono, coi soli mezzi del volontariato e della dedizione a un’idea o a un progetto condiviso. I principi su cui tutti sono d’accordo, oggi come oggi, riguardano come campo d’intervento i giovani, e parlano di cultura della legalità di cui oggettivamente la nostra società ha un gran bisogno e di recupero della dispersione scolastica, fenomeno non così raro come si potrebbe pensare. In nome di una cultura della vita, intesa come valore assoluto contro ogni sballo che possa portare alle stragi del sabato sera. Anche i momenti di aggregazione tra i cittadini, specialmente tra i più giovani, sono da considerarsi indispensabili per la vita della comunità. Nel vuoto assoluto, nella noia di un paese che non sa offrire nulla ai suoi cittadini, proliferano alcool, droga e tragedie annunciate. Augusta non ha alcun contenitore di eventi culturali o di svago in grado di offrire alla cittadinanza una occasione di intrattenimento e di spettacolo. Quando si potrà far uso dei locali del Convento di S. Domenico? E che fine faranno i locali dell’ex tribunale alle Grazie? La verità è che Augusta ha bisogno di fantasia, di progetti d’ampio respiro, di essere tirata fuori dalla situazione in cui si trova e per questo, stante la penosa carenza delle finanze pubbliche, è sempre più necessario il contributo di tutti. Ci aspettiamo quindi la collaborazione di tutti senza settarismi e personalismi, e, per quanto riguarda l’amministrazione pubblica, un atteggiamento sensibile che vada al di là dei ragionamenti di cassa, perché tante cose possono essere realizzate a costi minimi, ma ci vuole abilità e saper fare e una buona dose di amore per la città.

 
di Redazione (pubblicato il 08/09/2009 alle  10:18:46, nella sezione EDITORIALI,  2973 letture)

L'Associazione “A.W.A. INTERNATIONAL” (International Academy of World Art) con sede a Siracusa è un sodalizio senza fini di lucro che persegue scopi di solidarietà sociale con l'azione diretta, personale e gratuita dei propri aderenti.

Si occupa di:

  • Promozione della cultura e dell'arte nel mondo;
  • Promozione degli scambi culturali e sociali tra i popoli;
  • Diffusione della cultura della Pace e della Tolleranza mediante l'arte;
  • Tutela dei diritti civili internazionali;
  • Beneficenza internazionale;
  • Istruzione e Formazione;
  • Tutela e valorizzazione delle cose d'interesse artistico e storico;
  • Tutela e valorizzazione della natura e dell'ambiente;
  • Ricerca scientifica transnazionale.

 L'Associazione ha lo scopo di:

  • Inserirsi nel contesto sociale internazionale per contribuire al miglioramento delle condizioni di vita;
  • Tutelare e valorizzare il patrimonio di conoscenze dei popoli mediante proposte e progetti di animazione, aggregazione creativa, culturale, sportiva, turistica e del tempo libero.
  • Promuovere iniziative artistiche, culturali, turistiche e ricreative.
  • Operare per la diffusione di valori di solidarietà e di pace tra le diverse generazioni e le diverse etnie nonché della tutela dei diritti della persona in ogni età della vita e in ogni nazione.
  • Stimolare la partecipazione dei cittadini alla loro crescita culturale, in particolare con attività teatrali, di recupero e di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale delle varie nazioni.
  • Promuovere attività e iniziative atte a favorire l'incontro tra i popoli al di là delle barriere etniche e religiose e favorire il loro sviluppo economico e sociale.
 
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