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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 06/02/2015 alle  19:17:36, nella sezione EDITORIALI,  1022 letture)

foibeIl 10 febbraio ricorre la “Giornata del Ricordo” in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo di 350 mila italiani costretti a fuggire dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, dopo la firma dell’Armistizio dell’8 settembre 1943, allorché in quelle terre i partigiani slavi si vendicarono degli italiani perseguitando e massacrando anche coloro che non erano stati fascisti e neanche comunisti, cittadini comuni con la sola colpa di essere italiani. Fra il 1943 e il 1947 furono gettati nelle foibe, vivi o morti, quasi quindicimila italiani, di cui oltre 200 siciliani. Le foibe sono diventate il simbolo di un eccidio, avvenuto durante la seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente seguenti, commesso per motivi etnici o politici ai danni della popolazione italiana dell’Istria, della Venezia Giulia e della Dalmazia. Con la legge n° 92 del 30 marzo 2004, venne istituito il “Giorno del Ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo dei profughi istriani e delle vicende del confine orientale. Recentemente il tema delle foibe è stato portato in teatro dal cantautore Simone Cristicchi con lo spettacolo Magazzino 18, per la regia di Antonio Calenda. Il Magazzino 18 è un edificio realmente esistente nel porto vecchio di Trieste, dove furono portati e custoditi mobili e masserizie dei trecentocinquantamila esuli istriani, mai recuperati dai proprietari per oltre sessant’anni. Un luogo che è diventato un cimitero della memoria. Nel Magazzino 18 a Trieste c’era il contenuto di intere case. Si trovava l’intimità di quegli sventurati perché oltre ai mobili c’erano anche le lettere d’amore o le pagelle scolastiche. C’era il senso della famiglia, e la cosa particolare è che nel primo magazzino ogni famiglia aveva il proprio “recinto” con dentro le proprie masserizie, ma – sottolinea lo stesso Cristicchi - nello spostamento da un magazzino all’altro, tutte queste cose erano sono mescolate tra loro, come un terremoto, come un’ulteriore distruzione di un’identità. I proprietari di queste cose le abbandonarono lì fuggendo verso altre destinazioni, spargendosi per l’Italia, esuli e profughi. Molti di loro raggiunsero anche la Sicilia e la provincia di Siracusa e ne abbiamo conosciuti tanti, persone rispettabili e seri professionisti che si rifecero una vita ma sempre, quando capitava loro di parlare dell’esodo, mantenevano ancora dopo tanti anni un senso di amarezza e di sconforto per la violenza subita, per lo sradicamento dalle loro radici, per la perdita dei ricordi e della identità.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 09/02/2015 alle  17:25:36, nella sezione EDITORIALI,  746 letture)

O siamo italiani, e allora avere pari infrastrutture è un nostro preciso diritto, o non lo siamo, e allora non di autonomia, ma di indipendenza a questo punto si deve parlare. Usciamo dall’Unione europea e da tutti i suoi obblighi, niente più direttive e regolamenti, niente più patti di stabilità, niente più obblighi di fusione del nostro mercato nel grande mercato europeo che ci vede per forza soccombenti. Creazione una zona franca di libero scambio al centro del Mediterraneo, e precisamente in Sicilia, questo è il nostro unico possibile futuro. Sulle materie che spettano all’Italia, dalla grande politica estera alle guerre, non possiamo mettere naso. Anche se lo Statuto siciliano – va ricordato – persino su queste materie ci concede un diritto di proposta. Quindi potremmo diremmo la nostra, ma lasciamo fare al Paese di cui facciamo parte. Se l’Italia su queste materie, o su quelle comunque statali, vuole delegare in tutto o in parte le proprie funzioni all’Europa, su quelle, solo su quelle, seguiremo l’Europa anche noi, ma perché in essa vedremmo l’equivalente dello Stato italiano. Su tutte le altre materie, sulle competenze siciliane l’Italia non può delegare materie che non erano di sua competenza alle istituzioni europee. Sulle materie a noi riservate dall’Autonomia del 1946, decidono i siciliani. Oggi subiamo un’economia di rapina. Le nostre risorse, in buona sostanza, sono degli altri, che le comprano a quattro soldi mentre dovrebbero pagarle. Non possono fare a meno delle nostre risorse energetiche né della nostra posizione geografica. E anche dei nostri beni culturali e ambientali. Siamo in una posizione di forza e di monopolio, ma dobbiamo essere al di fuori del raggio d’azione dell’ Europa e della BCE. Tutto questo va fatto per salvare la nostra democrazia e la nostra libertà, anche quella di mercato.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 16/02/2015 alle  11:43:09, nella sezione EDITORIALI,  878 letture)

infrastruttureIl rilancio economico, sociale, turistico e occupazionale del territorio del sud est passa inevitabilmente dalle infrastrutture, che sono il nostro principale punto di crisi e costituisce una priorità che va affrontata nel modo più urgente possibile. Il rischio è quello di perdere l’appuntamento con i finanziamenti che esistono e che devono essere sfruttati, cioè i fondi UE – Horizon 2014/2020, che comprendono, oltre allo sviluppo delle opere infrastrutturali, anche la gestione dei rifiuti e delle aree mercatali. La ferrovia è il tallone d’Achille della Sicilia specie ora che è stato annunciato il disimpegno di Trenitalia dal collegamento merci tra la l’isola e il resto d’Italia. Sui fondi europei bisogna voltare pagina; molte risorse 2007/2013 sono rimaste non spese e un’opera strategica come la banda larga, ovvero il futuro della comunicazione, non è stata realizzata. La Sicilia quindi deve darsi una mossa. Deve rivendicare la creazione delle infrastrutture come elemento essenziale per lo sviluppo ed evitare di essere tagliata fuori dal futuro, e innanzitutto deve premere su Trenitalia perché le merci devono viaggiare su ferrovia per arrivare in tempo sui mercati europei. La Regione siciliana non ha mosso dito sull’argomento né ha saputo contrastare le politiche di disimpegno economico che il Governo centrale sta portando avanti in Sicilia. La Sicilia non ha un piano dei trasporti ed è necessario che i cittadini dei territori si impadroniscano del loro destino e si organizzino spontaneamente per il rilancio dell’economia e unendosi e lottando insieme. Nel disimpegno di Trenitalia è coinvolta tutta la Sicilia. Il trasporto delle merci, per la tipologia dei nostri prodotti, soprattutto ortofrutticoli, non può viaggiare verso i mercati del nord e dell’Europa se non con la ferrovia che deve essere anche ben collegata con i porti e gli aeroporti. I mancati investimenti nelle opere pubbliche in Sicilia hanno provocato la perdita di migliaia di posti di lavoro. Per giunta, anche se si dovesse cominciare subito ad operare virtuosamente, i tempi di realizzazione delle opere sono troppo lunghi e su tutto aleggia il sospetto di illegalità e corruzione, fattori sempre presenti, come la storia insegna, nelle cose di Sicilia.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 29/05/2016 alle  18:48:52, nella sezione EDITORIALI,  783 letture)

editoriale fotoGovernare cittadini individualisti e poco educati (quanto al senso civico) quali i siracusani non è difficile. È inutile. Con questa battuta qualcuno ha voluto sintetizzare un certo atteggiamento nei confronti di quello che dovrebbe essere il "bene comune". Pensiamo che i nostri interessi, i nostri diritti e ancora di più qualsiasi nostra azione abbiano la priorità assoluta non solo su quelli di tutti gli altri, ma anche su quelli collettivi. Ogni cosa è lecita e consentita perché niente può e deve limitare e reprimere la nostra libertà individuale: non la legge o i regolamenti, né le multe o le sanzioni. Ci vorrebbe un vigile o un poliziotto per controllare ogni cittadino 24 ore su 24. Ma, in realtà, in una società civile, niente di tutto questo dovrebbe essere necessario perché il rispetto che ognuno di noi deve alla città in cui vive dovrebbe essere naturale e incondizionato. Purtroppo e mai come oggi assistiamo invece a un degrado sempre più preoccupante dei valori elementari su cui si basa la convivenza civile. Senza arrivare a parlare dei fatti drammatici di cui ci informa ogni giorno la cronaca, nel vivere quotidiano ci rendiamo conto che l'educazione, il rispetto per le persone, per le cose, per le tradizioni, per le idee altrui, costituiscono beni sempre più difficili da trovare. Mi riferisco a episodi che in apparenza possono sembrare marginali e trascurabili ma che sono invece emblematici della situazione che abbiamo appena descritto. Sui monumenti più rappresentativi, preziosi beni architettonici che i turisti vengono ad ammirare, non passa giorno senza che non compaiano scritte che li imbrattano e li deturpano. Il sabato sera in Ortigia mandrie di giovinastri (siracusani, mica immigrati) calano dalla periferia o dai paesi della provincia a bivaccare nei luoghi più reconditi, bevendo birre le cui bottiglie verranno lasciate per terra malgrado esistano numerosi contenitori per la spazzatura, mangiando panini e pizze i cui involucri verranno gettati per terra o addirittura lanciati dentro i ruderi dei templi greci, scorrazzando con i motorini nelle aree pedonalizzate, percorrendo in controsenso e a gran velocità le viuzze laterali per sfuggire alle telecamere della ztl. Dietro quelle che superficialmente si potrebbero classificare bravate, e che sono invece veri e propri atti vandalici, si nasconde un disagio più profondo e più grave, una povertà spirituale, una povertà di valori e di ideali che affligge le generazioni più giovani a cui è mancata la cosa più importante: la formazione che avrebbe dovuto renderli persone responsabili e consapevoli. È difficile individuare le responsabilità di questa situazione, né è possibile attribuire a una sola componente sociale la causa di questo disagio. Ma, di certo, è essenziale che la famiglia innanzitutto, la scuola, le associazioni, si riapproprino del loro compito più importante: quello di educare ai valori e alla vita. Insegnare che il rispetto verso le persone e le cose è alla base di ogni rapporto umano, che la strada verso la maturità passa anche attraverso i limiti da rispettare.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 29/06/2016 alle  21:47:08, nella sezione EDITORIALI,  1189 letture)

ortigiaSono tante le eccelse menti che dedicano la loro attenzione alla viabilità e ai parcheggi nella città di Siracusa, ma i risultati paiono sempre assai modesti e gravati da problematiche che aumentano anziché diminuire, in attesa dei decantati provvedimenti che dovrebbero essere adottati per pedonalizzare sempre più il centro storico. Dove possono collocare le loro automobili i residenti in Ortigia? Negli stalli riservati, si dirà, ma sono vistosamente insufficienti e in certe sere la presenza di auto parcheggiate nei suddetti stalli, ma prive di apposito contrassegno, sono tante, sottraendo posti auto a chi deve rientrare nella propria abitazione. Reso a pagamento il parcheggio Talete, che una volta era gratis per i residenti in Ortigia, posizionati divieti di sosta e strisce azzurre in ogni angolo, dovranno forse i malcapitati che risiedono nel centro storico pagare per forza le esose tariffe dei parcheggi a pagamento? O dovranno girare, come matti o come anime dannate nei gironi dell'inferno dantesco, ogni sera per scovare un sempre più raro posticino riservato ai residenti? Come già detto questi stalli riservati sono spesso invasi da chi residente non è, malgrado i vigili urbani facciano fioccare le multe non c'è e forse non potrebbe esserci una adeguata opera di repressione che possa scoraggiare i trasgressori. Insomma, il vero progetto è questo: buttiamo fuori da Ortigia i cittadini residenti e consegniamo l'isola alla sola fruizione dei turisti e dei visitatori occasionali o di quelli del sabato sera.

Si vuole davvero questo? Il futuro a vocazione turistica deve pagare questi scotti? Si deve disumanizzare l'antico centro storico facendone un contenitore, un albergo galleggiante, invivibile d'estate perché strapieno di turisti e impossibile per il caro prezzi. E' questa la cultura degli alberghi e dei bed and breakfest? E' vero, Ortigia Island dà a vario titolo lavoro a migliaia di persone, per lo più addetti alla ristorazione e personale degli alberghi, ma noi vorremmo un' Ortigia dove torni a vivere la gente comune, dove riaprano le botteghe artigiane, dove non ci siano solo puzze di frittura e tavolini accatastati in spazi ristretti, che impediscono perfino una semplice passeggiata, dove gli spazi siano restituiti al cittadino e il turista sia un ospite gradito, ben trattato e amorevolmente accolto, ma che nutra la riconoscenza dell'ospite e serbi della città un piacevole ricordo, che è poi il miglior viatico al mercato turistico.

Volere a tutti i costi scimmiottare Taormina, che vanta tradizioni secolari e ben altra organizzazione, non paga, perché alla fine avremo copiato soltanto il peggio: i prezzi cari e le difficoltà di accesso. Siracusa è altra cosa, si deve affacciare a un turismo diverso, più d'elite, più colto e raffinato, non può affidarsi alla massa. Sarebbe la sua fine. Quei grandi alberghi che rivivono oggi hanno già conosciuto epoche splendide, poi sono decaduti come era decaduta fino a qualche anno fa l'intera città. Questo fatto ci sia d'insegnamento. I cicli storici s'inseguono nel tempo e ciò che oggi cresce e dà speranze domani potrebbe di nuovo miseramente morire.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 12/08/2016 alle  16:12:06, nella sezione EDITORIALI,  818 letture)

nino bixioIn un torrido Agosto del 1860 il generale garibaldino Nino Bixio, personaggio che nella nostra infanzia studentesca a scuola veniva decantato come devoto braccio destro di Garibaldi, si presentò a Bronte con due battaglioni di bersaglieri, deciso a ristabilire l’ordine turbato dai popolani e dai contadini della ducea di Nelson che si erano ribellati rivendicando il diritto all’assegnazione delle terre ed al riscatto sociale promesso loro dai recenti decreti garibaldini. Bronte, insorse al grido “Abbassu li cappeddi, vulimi li terri”, ma le aspettative del popolo nei confronti dei “cappeddi” ( i latifondisti e i ricchi proprietari terrieri) furono represse con il piombo e nel sangue da quei garibaldini che avevano promesso loro terre, giustizia e libertà. Quello stesso piombo che, 34 anni dopo, nel 1894, il presidente del Consiglio Francesco Crispi ordinò di usare sui contadini siciliani che rivendicavano le terre, reprimendo nel sangue con centinaia di vittime innocenti l’epopea dei Fasci Siciliani. Appena giunto a Bronte il “liberatore” Bixio decretò lo stato d’assedio e la consegna delle armi imponendo una tassa di guerra, dichiarando il paese di Bronte colpevole di “lesa umanità” dando inizio a feroci rappresaglie senza concedere alcuna minima garanzia alla cittadinanza. Infatti, il 9 Agosto fu decretata la condanna a morte di cinque cittadini che niente avevano avuto a che fare con i tumulti, e che la mattina del giorno dopo, il 10 agosto, furono fucilati nella piazzetta della chiesa di San Vito. L’avvocato Nicolò Lombardo, vecchio liberale, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi, Nunzio Ciraldo Fraiunco, quest’ultimo lo scemo del paese che sopravvisse alla scarica di fucileria e fu finito con un colpo di pistola alla testa dall’ufficiale che aveva comandato il plotone d'esecuzione. I corpi delle vittime rimasero esposti ed insepolti per molto tempo. Inoltre presso la Corte di Assise di Catania furono comminate 37 condanne di cui 25 ergastoli a carico di altrettanti poveracci che avevano osato alzare la testa. Nino Bixio ribadì con assurda prosopopea: “Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati puniti e a chi tenta altre vie crede di farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e ai sovvertitori dell’ordine pubblico. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole”. A questi personaggi, come Nino Bixio e Giuseppe Garibaldi, sono state intitolate in Sicilia una infinità di strade, piazze, scuole ed eretti monumenti. Ma la giustizia divina infine si abbattè su Gerolamo Bixio detto Nino, facendolo morire tra atroci dolori, sofferenze e tormenti, in preda alla febbre gialla e al colera, a bordo della sua nave, il 16 dicembre del 1873. L'eccidio di Bronte è appena accennato nei libri di storia delle nostre scuole asservite a una storiografia di comodo, intruppata e connivente.

 
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