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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di Redazione (pubblicato il 08/09/2009 alle  10:18:46, nella sezione EDITORIALI,  2973 letture)

L'Associazione “A.W.A. INTERNATIONAL” (International Academy of World Art) con sede a Siracusa è un sodalizio senza fini di lucro che persegue scopi di solidarietà sociale con l'azione diretta, personale e gratuita dei propri aderenti.

Si occupa di:

  • Promozione della cultura e dell'arte nel mondo;
  • Promozione degli scambi culturali e sociali tra i popoli;
  • Diffusione della cultura della Pace e della Tolleranza mediante l'arte;
  • Tutela dei diritti civili internazionali;
  • Beneficenza internazionale;
  • Istruzione e Formazione;
  • Tutela e valorizzazione delle cose d'interesse artistico e storico;
  • Tutela e valorizzazione della natura e dell'ambiente;
  • Ricerca scientifica transnazionale.

 L'Associazione ha lo scopo di:

  • Inserirsi nel contesto sociale internazionale per contribuire al miglioramento delle condizioni di vita;
  • Tutelare e valorizzare il patrimonio di conoscenze dei popoli mediante proposte e progetti di animazione, aggregazione creativa, culturale, sportiva, turistica e del tempo libero.
  • Promuovere iniziative artistiche, culturali, turistiche e ricreative.
  • Operare per la diffusione di valori di solidarietà e di pace tra le diverse generazioni e le diverse etnie nonché della tutela dei diritti della persona in ogni età della vita e in ogni nazione.
  • Stimolare la partecipazione dei cittadini alla loro crescita culturale, in particolare con attività teatrali, di recupero e di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale delle varie nazioni.
  • Promuovere attività e iniziative atte a favorire l'incontro tra i popoli al di là delle barriere etniche e religiose e favorire il loro sviluppo economico e sociale.
 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 23/08/2010 alle  12:02:06, nella sezione EDITORIALI,  1067 letture)

Sappiamo che solo l’unione fa la forza e come sia necessaria la condivisione di progetti e di energie per far ripartire una voglia di cultura oggi latente ma che può qualificare e riempire di contenuti le buone intenzioni delle tante associazioni che non riescono a mantenere nel tempo gli impegni presi e finiscono per essere soltanto castelli di carta. Tali associazioni devono poter esistere ed operare anche in carenza di contributi pubblici i quali semmai devono venire dopo, a consuntivo di un’attività culturale svolta nel lungo periodo, se si è riusciti a realizzare qualcosa di buono, coi soli mezzi del volontariato e della dedizione a un’idea o a un progetto condiviso. I principi su cui tutti sono d’accordo, oggi come oggi, riguardano come campo d’intervento i giovani, e parlano di cultura della legalità di cui oggettivamente la nostra società ha un gran bisogno e di recupero della dispersione scolastica, fenomeno non così raro come si potrebbe pensare. In nome di una cultura della vita, intesa come valore assoluto contro ogni sballo che possa portare alle stragi del sabato sera. Anche i momenti di aggregazione tra i cittadini, specialmente tra i più giovani, sono da considerarsi indispensabili per la vita della comunità. Nel vuoto assoluto, nella noia di un paese che non sa offrire nulla ai suoi cittadini, proliferano alcool, droga e tragedie annunciate. Augusta non ha alcun contenitore di eventi culturali o di svago in grado di offrire alla cittadinanza una occasione di intrattenimento e di spettacolo. Quando si potrà far uso dei locali del Convento di S. Domenico? E che fine faranno i locali dell’ex tribunale alle Grazie? La verità è che Augusta ha bisogno di fantasia, di progetti d’ampio respiro, di essere tirata fuori dalla situazione in cui si trova e per questo, stante la penosa carenza delle finanze pubbliche, è sempre più necessario il contributo di tutti. Ci aspettiamo quindi la collaborazione di tutti senza settarismi e personalismi, e, per quanto riguarda l’amministrazione pubblica, un atteggiamento sensibile che vada al di là dei ragionamenti di cassa, perché tante cose possono essere realizzate a costi minimi, ma ci vuole abilità e saper fare e una buona dose di amore per la città.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 01/07/2011 alle  10:03:06, nella sezione EDITORIALI,  1165 letture)

La vecchia scuola democristiana insegnava che la politica è l’arte della mediazione, della realizzazione del possibile, dello scongiurare scontri sociali troppo acuti, e questa concezione, questa visione ancestrale, torna oggi alla ribalta perché cruenti scontri sociali dovuti alla crisi economica sono alle porte. La gente, i cittadini, affronta problematiche quotidiane che riguardano soprattutto il lavoro, le capacità di prospettare un futuro, le difficoltà del vivere e/o del sopravvivere, le vecchie e nuove povertà, l’eterna crisi del meridione, le emarginazioni di varia natura. La politica dovrebbe saper dare risposte in tempi brevi, ascoltare i lamenti dell’elettore, risolvere i disagi del cittadino, ma questa nostra classe dirigente fatta di “onorevoli” a vita, la cosiddetta “casta”, di assessori regionali “unti dal Signore”, di deputati che vengono eletti in forza di un maggioritario dominato dalle alleanze e sempre meno bisognoso del singolo voto dell’elettore, non ha più tempo da dedicare all’attività di segreteria, a ricevere e sentire la gente, a costituire un punto d’appoggio per il singolo cittadino che, in forza di un’appartenenza, si trovi nella necessità di essere assistito e consigliato.  Si torna quindi a riconsiderare con occhi diversi un passato, mondandolo dalle frasche secche del clientelismo, per portare alla luce quanto di positivo una certa concezione della politica come “servizio” poteva avere, con l’umanizzazione dei rapporti tra il politico di turno e il cittadino elettore. Berlusconi appariva a molti come un riformatore. Ma alcune delle sue promesse sono state disattese durante il suo mandato, anche se in buona parte per i noti motivi di congiuntura internazionale, ma ugualmente Berlusconi ha pagato il conto di tutto questo alle recenti amministrative e perfino nei referendum. Insomma, siamo in una fase di stallo della politica e si naviga a vista con maggioranze risicate in questa nostra Italia sull’orlo di una crisi di nervi, in questa nazione che mantiene inalterate le sue contraddizioni e le sue sperequazioni, tra nord industriale e sud “turistico”, tra ricchi che spendono e poveri che non possono neppure risparmiare, tra lavoratori che non possono andare in pensione e giovani disoccupati ai quali è interdetto l’ingresso nel mondo del lavoro o ai quali vengono offerti soltanto contratti temporanei di sfruttamento o umiliante precariato a vita. C’è bisogno di tornare velocemente a più moderati ma nello stesso tempo più efficaci comportamenti della politica, di ricercare momenti di equilibrio rispetto alle tensioni estreme, di far prevalere regole e ragionamenti, di rafforzare la democrazia, mediante la rappresentanza degli interessi che, nella complessa pluralità di una società moderna ed avanzata, sono molti, moltissimi, e tali da poter essere meglio espressi probabilmente con un sistema proporzionale, per quanto corretto e meditato.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 23/08/2011 alle  17:24:42, nella sezione EDITORIALI,  1257 letture)

Agosto mese di ferie e di spese vacanziere. Col solleone il paese viene abbandonato e i deserti negozi del centro storico tirano la cinghia come sono ormai abituati a fare da tempo. Con l’apertura del nuovo megastore sulla strada di Monte Amara altre “male fruscule”, come si suol dire, si abbattono sui commercianti augustani. Prima i negozi dei cinesi dove a poco prezzo si veste una gran parte dei cittadini di una fascia economicamente debole che, in regime di euro, devono fare i conti con la propria tasca e acquistare oculatamente merce magari non di grande qualità ma certamente conveniente perché prodotta in paesi dove la mano d’opera costa poco. La fascia sociale appena più su si serve dei vari centri commerciali esistenti sul territorio limitrofo. Al massimo compra nei vari supermercati, sigle nazionali e network internazionali che si moltiplicano in maniera esponenziale. Mi si dirà: questo è il progresso, questa è la globalizzazione. Un po’ come gli indiani nelle riserve i piccoli commercianti verranno ricacciati nell’oblio dei fallimenti, perché nessuno di essi può reggere a lungo la concorrenza della grande distribuzione. Un mondo antico che si chiude, che si avvita su se stesso, portandosi dietro amarezze e disillusioni di chi ha retto un’azienda commerciale, magari tramandata da padre in figlio, per anni e che ora è costretto alla resa, alla prematura scomparsa, al suicidio commerciale, al karakiri senza onore e senza speranza. E’ una fetta di cultura che se ne va, che scompare nelle nebbie di una società massificata e arida, dove non vi è più posto per il rapporto personale e di fiducia che correva tra il commerciante o l’artigiano e i propri clienti, sostituiti dal prelievo solitario ed autistico della merce dalle mensole dei megastore, sostituito dai carrelli ricolmi e in ultimo perfino dalle casse automatiche, dove lo stesso cliente si pesa la merce, la imbusta, viene istruito sulla procedura dalla voce metallica del computer e paga mediante bancomat o carta di credito salutato dalla macchinetta cibernetica con tutta la cordialità che una macchina può conferire al proprio messaggio preregistrato. Bastonate, sono proprio bastonate da parte delle grosse cattedrali del commercio senza frontiere sulle fragili edicole votive di chi si appresta a chiudere per sempre i battenti della propria botteguccia. Ma in un periodo di vuoto della cultura e della memoria, in un momento così politicamente scorretto, a chi volete che importi tutto ciò?

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 01/09/2011 alle  11:33:44, nella sezione EDITORIALI,  931 letture)

Gli ultimissimi episodi riportati dalla stampa locale hanno evidenziato quanto poco sia partecipato il problema dell’handicap soprattutto motorio in un paese in cui la propria ansia di trovare parcheggio nelle immediate vicinanze degli esercizi commerciali prevale su tutto, anche sui diritti sanciti per legge che riservano ai disabili posti auto e passaggi facilitati che, invece, regolarmente vengono ostruiti. “L’handicap non è insito nella persona con difficoltà, è piuttosto uno status della persona” – questa frase lapidaria conferisce un senso preciso alla necessità di abbattere ogni tipo di barriere architettoniche che rendono non vivibili tanti spazi pubblici a coloro che sopportano già il peso di un disagio. Un tema spesso dibattuto negli anni passati ma ancora drammaticamente attuale vista la situazione non ben definita malgrado le normative promulgate in materia, a cominciare da quella legge n. 13/89 che a distanza di più di vent’anni dalla sua emanazione ancora non è del tutto operativa. Tutto ciò è ampiamente documentato dalle barriere ancora esistenti, tante, visto che sono ancora poche quelle strutture che hanno saputo adeguarsi superando ogni ostacolo. Gli interventi di Mimmo Di Franco ad Augusta hanno più volte denunciato come il fenomeno sia ampiamente presente anche nella nostra cittadina. Il mancato adeguamento degli edifici pubblici, negli uffici comunali, nelle scuole, negli ambulatori dell’ASP, nelle Poste o altrove è una grave carenza cui si aggiunge il comportamento dei cittadini allorquando lasciano la macchina parcheggiata davanti a uno scivolo, impedendo così l’accesso e il transito delle carrozzelle, o occupano un parcheggio riservato agli invalidi delineato con le strisce gialle. Si parla tanto di solidarietà ma sarebbe più opportuno ricordarsene concretamente tutti i giorni nei comportamenti comuni. “Pari opportunità” deve essere un concetto che vale erga omnes, per tutte le categorie sociali svantaggiate, e che deve essere sentito innanzitutto nelle coscienze civili prima ancora che in sede giuridica.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 01/10/2011 alle  09:18:19, nella sezione EDITORIALI,  972 letture)

Troppo semplice imputare tutti i nostri guai al “sistema”, alla “globalizzazione”, alla “crisi economica”, alla “bolla speculativa”. Termini che dicono tutto e niente, ma certamente tendono a non affrontare il tema delle responsabilità politiche di una intera classe dirigente di questo paese, di destra e di sinistra, che si è susseguita al potere negli anni senza mai riuscire a progettare un radicale cambiamento delle regole che coniugasse efficienza ed equità. E soprattutto sacrificando sull’altare del consenso elettorale a tutti i costi il futuro delle generazioni a venire. La politica è stata la cicala che ha cantato un’intera stagione e oggi muore di stenti, e lo merita. I cittadini sono ormai esausti, depressi, arrabbiati, saturi di un sistema inaccettabile nel quale lo “Stato” rapina più della metà dei loro guadagni, sia che si parli di lavoratori dipendenti che di imprenditori o professionisti, nel quale il costo del lavoro è diventato talmente proibitivo da non consentire la crescita occupazionale, nel quale i processi durano decine d’anni, nel quale non c’è certezza della pena, dove non ti fidi ad andare all’ospedale perché non sai come ne uscirai, sempre che ci sia il posto letto disponibile, nel quale la burocrazia offende il comune buon senso. Un sistema, cioè uno Stato, in cui si può arrestare un cittadino sulla base di sospetti e fargli fare 18 mesi di carcere preventivo, in cui se sei accusato di un reato ti sbattono in prima pagina e se sei in seguito prosciolto da ogni accusa ti toccheranno due righe in trentesima, in cui la gente non parla più al telefono per paura di essere intercettata, in cui le banche spadroneggiano impedendo l’accesso al credito agli imprenditori e ai cittadini, in cui si preferisce imbottire i cervelli di gossip e di scandali di infimo livello. Questo “sistema” non offre vie d’uscita e non potrà essere sopportato a lungo. Temete la rabbia dei giovani cui è stato estorto il futuro. I tempi sono maturi per una rivoluzione, speriamo democratica e incruenta, ma necessaria.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 29/10/2011 alle  09:19:59, nella sezione EDITORIALI,  1088 letture)

Ottobre è stato un mese segnato dalla violenza delle immagini. Da quelle drammatiche del sacco di Roma ad opera dei black bloc fino a quelle tragiche delle morti, che paradossalmente si sono susseguite a breve distanza di tempo, del feroce dittatore Gheddafi e dell’innocente campione motociclista Simoncini. E‘ un mondo violento, d’altronde, quello che ci circonda, violento in ogni sua espressione, violento è l’uomo fin dagli albori della cosiddetta civiltà, perché in natura si procede per rapporti di forza e la violenza non è che un uso eticamente non accettabile della forza. Il vero problema è che, nell'accezione comune, il termine "violenza" è associato al concetto di criminalità: il violento è colui che in qualche modo infrange una legge o un diritto usando in modo sconsiderato la sua forza sia esso individuo o gruppo o folla. Ma è violento anche l’individuo comune quando ogni giorno alla guida della sua auto infrange il codice della strada, o quando impreca contro chi non la pensa come lui. I contrasti sociali oggi sono più che mai acuiti da una crisi economica senza precedenti e portano anche il più pacifico degli individui all’esasperazione, a considerare chi la pensa diversamente un nemico e non un semplice avversario, a radicalizzare le idee e le opinioni, a creare quel muro contro muro che non mi pare storicamente abbia mai portato a nulla di buono. Probabilmente solo un bagno di democrazia può salvarci dal medioevo prossimo venturo, dalla barbarie di una società divorata dall’economia, dalla finanza, dal potere politico che sempre più assomiglia alle antiche baronìe con pochi eletti privilegiati ,altro che “governo del popolo”! La raccolta di firme per il referendum contro il “porcellum” ha registrato in pochi giorni oltre 1.200.000 firmatari, un dato entusiasmante di partecipazione popolare che contrasta con il recente risultato elettorale delle regionali in Molise dove è andato alle urne poco più del 50 per cento degli aventi diritto al voto. Come dire che, se si tratta di eleggere politicanti di mestiere, l’antipolitica la fa da padrone creando assenteismo elettorale, ma se si tratta di cambiare le cose la partecipazione è tanta ed attiva e raggiunge risultati impensabili. Sì, probabilmente è tempo di partecipazione e di democrazia diretta. E, come dicono le nostre donne, “se non ora quando?”

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 05/12/2011 alle  17:12:15, nella sezione EDITORIALI,  1216 letture)

Sono di più i ricchi o i poveri in Italia? I poveri. Allora tassiamo quelli! Così ci è apparsa la manovra del governo Monti che aggrava i prelievi fiscali su categorie modeste, colpevoli di aver lavorato per 40 anni in base a un contratto stipulato con lo Stato che ora cambia le carte in tavola in corso d’opera dopo anni di sprechi, che continuano ancora, come prima. O colpevoli di aver risparmiato e di essersi indebitati per farsi una casa, bene primario per tutti gli individui, e ora se la vedono ancora una volta colpire con tassazioni e rivalutazioni di estimi catastali. Ma quante volte si deve pagare una casa? I soldi, guadagnati col sudore e risparmiati non concedendosi lussi consumistici, che sono serviti all’acquisto della casa erano già stati tassati abbondantemente, poi il rogito notarile con ulteriori esborsi a carico dell’acquirente e a favore dello Stato, poi l’Irpef, visto che il reddito catastale si somma al reddito stipendiale, poi l’ICI o la prossima Imu e via di questo passo. E le tassazioni sui servizi comunali spesso inesistenti nei comuni del sud sempre a secco e male amministrati. D’altra parte il Governo Monti ha dimenticato alcuni dettagli nella sua manovra "lacrime e sangue": tagliare le spese militari, fare una patrimoniale sugli alti redditi, avere il coraggio di imporre la tassazione delle ricchezze del Vaticano. Invece nessuna tutela del potere d'acquisto al ceto medio-basso, il che contrarrà i consumi e farà chiudere altri piccole attività commerciali. Nessun provvedimento efficace contro l'evasione fiscale e sui beni confiscati alle mafie. Nessuna prospettiva di sviluppo per occupare quei giovani che oggi sopravvivono a carico delle famiglie di origine che devono sostituirsi agli ammortizzatori sociali, facendo quello che lo Stato non fa e in definitiva garantendo una certa pace sociale in tempi grami. Ma con una simile manovra anche i margini di disponibilità delle famiglie diminuiscono e la pace sociale è sempre più a rischio..

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 10/02/2012 alle  17:42:28, nella sezione EDITORIALI,  1186 letture)

E, finalmente, l’euro ha realizzato il miracolo economico. Ma in senso contrario. La crisi dei mercati e l’innalzamento delle tasse voluto da Monti per ubbidire ai diktat della BCE, hanno colpito, forse per la prima volta nella storia, i ceti medi, nerbo dell’Italietta benpensante. I privilegiati del posto fisso, gli ottimisti, i baciati dalla fortuna, diventati vicini di casa dei proletari brutti, sporchi e cattivi. Gli altri, quelli più sotto, quelli che già da tempo facevano la fame e oggi al massimo devono tirare avanti con pochi euro al mese, quelli morti di fame erano e morti di fame sono rimasti, prima e dopo l’avvento della crisi. Ma il ceto medio, quello dei due stipendi in famiglia o del professionista a reddito soddisfacente, sta ora andando in picchiata verso un’incapacità di risparmiare, un’impossibilità di spendere, appena limitata, e solo per ora, dalle rinunce possibili. Infatti, se i poveracci sono brutti è perché non possono farsi i denti, operazione quanto mai dispendiosa alle attuali tariffe esercitate dal clan dei dentisti, né possono andare dall’estetista e dal parrucchiere. Ma il ceto medio ancora se li faceva i denti, e ancora andava dal parrucchiere e dall’estetista o in palestra, ma ora deve limitare altre uscite: non legge più, per esempio, o non viaggia più o va meno al ristorante (altra zona calda degli aumenti indiscriminati e incontrollati) o magari rimette per più stagioni lo stesso vestito o torna, come i nonni, a far risuolare le scarpe. Si dice che il basso ceto, “il popolo bue” non provoca spostamenti epocali di consensi, non cambia il corso della storia. Ma il ceto medio, quello si che è destabilizzante: dove andranno a parare (elettoralmente parlando) i colletti bianchi, la maggioranza silenziosa, la società civile, coloro che avevano perso l’abitudine di pensare al bisogno come a un fatto della vita reale, chi pensava di avere il necessario e anche il superfluo, chi sentiva parlare dei morti per fame nei telegiornali di mediaset come cose lontane, da terzo mondo, con la stessa indifferenza che si prova per le notizie metereologiche o per i bollettini delle autostrade. Ora stanno tremando anche loro, i medi borghesi, perché le loro sicurezze vanno a rotoli, perché il divario con i veri ricchi si fa incolmabile e non fa nutrire più illusioni, perché la forbice con i veri poveri si assottiglia e crea angosce esistenziali. Infatti nell’olimpo degli dei la realtà nuova viene fagocitata velocemente: la Fiat tracolla perché si vendono meno utilitarie, ma la Mercedes o la BMW aumentano la produzione di suv e di autovetture da 100.000 euro, destinate naturalmente a ben altro mercato, ai ceti ricchi, ai ceti ad alto reddito. La maggioranza silenziosa, i borghesucci piccoli piccoli, stanno ricevendo mazzate e presto prenderanno piena coscienza della realtà: allora il consenso si sposterà? Masse di elettori cambieranno drasticamente il loro pensiero politico? Vedremo che aria tira nelle prossime elezioni, dopo questo periodo di sospensione della democrazia, sacrificata sull’altare del moloc europeo. Vedremo se la rivolta del ceto medio sull’orlo dell’abisso cambierà qualcosa nell’assetto politico, favorendo il favoleggiato rinnovamento della politica e la rottamazione di chi ci ha rovinato l’esistenza.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 24/04/2012 alle  16:01:43, nella sezione EDITORIALI,  1092 letture)

Siamo in guerra e non ce ne rendiamo conto. Siamo in guerra perché c’è una economia di guerra, grandi masse che si impoveriscono, ceti medi e mondo del lavoro, e una elite che diventa sempre più ricca, speculando e intrallazzando, come durante l’ultima guerra accadeva con la borsa nera e l’industria bellica. Qualcosa dovrà succedere, come negli anni 20 del secolo scorso. Perché c’è una crisi intergenerazionale che ci mette gli uni contro gli altri, padri contro figli, un bel guaio se non troveremo una sintesi, un progetto unico, un comune ideale. L’urto della volontà popolare unificata potrà essere tremendo e risolutivo. L’Italia deve ritrovare un impeto nazionale, perché oggi siamo terra di conquista per tutte le potenze economiche straniere. E non è lontano il passaggio per tanti dalla povertà alla disperazione. Ci può aiutare solo un ritorno alla sobrietà, una educazione alla sobrietà, che in fondo è un valore cristiano. Sui muri delle città ritornano scritte di grande violenza che ci ricordano tempi passati, ma non troppo lontani, tempi deprecabili di odio sociale e di piombo. Non deve vincere l’ideologia dello scontro, dell’antagonismo sociale, ma per questo dobbiamo riconquistare il grande valore della giustizia, della legalità, perché la povertà non è buonista, se i poveri, spinti dalla disperazione, si arrabbiano, saranno guai. E non dobbiamo essere caritatevoli, ma giusti: Don Milani diceva “la carità senza giustizia è una truffa”. I poveri oggi non sono riconoscibili perché vestono come noi, non sono straccioni ma sono “lavoratori poveri”, gente che vive a stento, non arrivando alla fine del mese, gente che è cascata nella trappola del credito al consumo così in voga nel mercato dei network. Sostiene Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, il più accreditato istituto di statistica, che 18 o 19 milioni di italiani sarebbero messi in grave difficoltà da una spesa imprevista di appena 600/700 euro. C’è da credergli. E’ il polso di quel baratro sull’orlo del quale la società opulenta e ognuno di noi danza al suono della speculazione finanziaria e della recessione senza speranza.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 26/10/2012 alle  15:11:38, nella sezione EDITORIALI,  1308 letture)

Oramai siamo alla stretta finale, tra poco sapremo se la Sicilia avrà saputo fare un balzo di dignità o se tutto continuerà come prima, avendo come traguardo la nostra rovina. Non votate gli uscenti. Dal web arriva questa esortazione condivisibile: “Non scegliete chi vi ha snobbato per cinque, a volte dieci, lunghi anni. Non scegliete sepolcri imbiancati che, travestiti da persone perbene, promettono rivoluzioni, occupazione e attenzione per la nostra provincia e per i suoi abitanti, dopo averne contrattato e svenduto la dignità. Non votate indagati o peggio ancora condannati, delinquenti travestiti da onesti, lupi travestiti da pecore. Non votate ignoranti e corruttori, non sostenete chi ha favorito l’illegalità. Scegliete, nella massima libertà, chi volete. Senza aver ricevuto lavatrici, pizze, pacchi dono e false promesse di lavoro”. Il mio vecchio professore di Diritto Pietro Barcellona ha scritto oggi su un noto quotidiano: “Ci sono diverse ragioni per cui malgrado il quadro desolante penso sia ancora necessario utilizzare il diritto di voto che ci è rimasto come ultimo pegno di una democrazia promessa e mai realizzata. Anzitutto dobbiamo considerare che il nostro voto anticipa quelli nazionali e che avrà su di essi una notevole ripercussione in un senso o nell'altro. Poiché le elezioni nazionali sono un appuntamento decisivo, sarebbe un errore rinunciare a votare in Sicilia quando sappiamo tutti che il risultato avrà effetti sulla vicenda dell'intero Paese e sul giudizio che su di noi sarà espresso dai commentatori politici. Una Sicilia assenteista non sarà interpretata come segno di protesta e delusione ma come segno di una fuga dalla responsabilità e controprova dell'atavica passività dei siciliani rispetto a tutto ciò che riguarda la responsabilità per il proprio destino. In secondo luogo si deve assumere come principio di orientamento che il meno peggio è sempre preferibile al tanto peggio: se in una situazione negativa permane comunque una qualche struttura sociale che permette di operare, questo è sempre preferibile ad una disgregazione totale, ingovernabile e indecifrabile. Se i risultati confermeranno, come penso, un successo dei grillini e una relativa resistenza delle vecchie sigle politiche, anche la prospettiva della non facile governabilità della Regione potrà essere comunque l'occasione per una riflessione autocritica: i siciliani saranno così costretti ad uscire dai propri recinti e assumersi il compito di combattere gli antichi mali che minano continuamente la nostra vita civile”. Ecco, questo è il punto: siciliani, alle urne! Non è tempo di astensionismi sciocchi, è tempo di agire e di prendere in mano il proprio destino!

 
di Luca Raimondi (pubblicato il 27/01/2013 alle  12:23:01, nella sezione EDITORIALI,  1174 letture)

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 03/10/2013 alle  20:05:08, nella sezione EDITORIALI,  1013 letture)

Le immagini televisive che giungono da Lampedusa non rendono l’orrore dei fatti. Forse ci siamo oramai abituati alle abusate cartoline di corpi allineati, immobili fantocci di carne pietosamente coperti da teli e cerate, fantocci inanimati che prima erano uomini, esseri viventi, magari dal colore della pelle più scuro, ma di sangue uguale al nostro, del colore rosso vermiglio che è comune a tutti gli appartenenti alla razza umana.

E‘ un mondo violento quello che ci circonda, violento in ogni sua espressione, violento è l’uomo fin dagli albori della cosiddetta civiltà, perché in natura si procede per rapporti di forza e la violenza non è che un uso eticamente non accettabile della forza. Il vero problema è che, nell'accezione comune, il termine "violenza" è associato al concetto di criminalità: il violento è colui che in qualche modo infrange una legge o un diritto usando in modo sconsiderato la sua forza sia esso individuo o gruppo o folla. Ma è violento anche l’individuo comune quando ogni giorno alla guida della sua auto infrange il codice della strada e, correndo o ubriacandosi, spegne giovani vite innocenti, o quando impreca contro chi non la pensa come lui.

E è violento chi non prova pietà verso questi poveri che fuggono dall’indigenza, dalla guerra e dalla fame, che in 500 su un guscio di noce affrontano il mare aperto e perdono la vita in modo atroce. Sono nostri fratelli che hanno riempito il mare nostrum, il Mediterraneo, di 6000 corpi annegati, rendendolo uno spettrale cimitero, in un’ecatombe epocale, in una nuovo e silente olocausto.

Non si può rimanere in silenzio innanzi alle immani tragedie di Lampedusa e Scicli, bisogna che del problema si faccia carico l’Europa intera, smuovendo le acque stagnanti dell’indifferenza e del pensiero a scarica barile.

Siano di sprone le parole di Papa Francesco: «Parlando di pace, parlando della inumana crisi economica mondiale, sintomo grave della mancanza di rispetto per l’uomo, non posso non ricordare con grande dolore le numerose vittime dell’ennesimo tragico naufragio avvenuto a largo di Lampedusa…Non ci può essere vera pace e armonia se non lavoriamo per una società più giusta e solidale, se non superiamo egoismi, individualismi, interessi di gruppo e questo a tutti i livelli... Preghiamo insieme per chi ha perso la vita: uomini donne bambini, per i familiari e per tutti i profughi. Uniamo i nostri sforzi perché non si ripetano simili tragedie. Solo una decisa collaborazione di tutti può aiutare a prevenirle».

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 09/10/2013 alle  14:53:37, nella sezione EDITORIALI,  1471 letture)

saracinesche abbassate ad augustaI cartelli “chiusa attività”, “affittasi”, “ vendesi” si susseguono l’uno dopo l’altro sulle saracinesche abbassate, nelle strade una volta dense di commercio al minuto come la via Principe Umberto di Augusta. E’ l’ecatombe dei negozi, alcuni di antica tradizione, che sono stati falciati dalla crisi, dalle tasse, dalla mancanza di liquidità che costringe i cittadini a tirare la cinghia e spendere il meno possibile. Quante nubi si addensano sui commercianti augustani, anzi si tratta di un vero e proprio nubifragio in atto! Perfino i negozi dei cinesi, dove a poco prezzo si acquista ogni sorta di inutileria, sono oggi in sofferenza e perfino i supermercati devono fare i conti con le tasche vuote: resiste qualche hard discount dove si compra merce magari non di grande qualità ma certamente conveniente perché prodotta in paesi dove la mano d’opera costa stipendi da fame e guarentigie sindacali zero. La fascia sociale appena appena più abbiente si serve dei vari centri commerciali che sono alle porte di Siracusa.

Il commercio ad Augusta è morto e forse la città sta morendo, complice il commissariamento che ha reso tutto silente, rassegnato, come in attesa di chissà cosa, di quale miracolo o salvatore della patria. I commercianti vengono cacciati nell’oblio dei fallimenti, perché nessuno di essi può reggere a lungo la concorrenza della grande distribuzione e le tenaglie della crisi e delle tasse. Un mondo antico che si chiude, che si avvita su se stesso, portandosi dietro amarezze e disillusioni di chi ha retto un’azienda commerciale, magari tramandata da padre in figlio, per anni e che ora è costretto alla resa, alla prematura scomparsa, al suicidio commerciale, al karakiri senza onore e senza speranza. E’ una fetta di cultura che se ne va, che scompare nelle nebbie di una società massificata e arida, dove non vi è più posto per il rapporto personale e di fiducia che correva tra il commerciante o l’artigiano e i propri clienti, sostituiti dal prelievo solitario ed autistico della merce dalle mensole dei megastore, sostituito dai carrelli a gettone e in ultimo perfino dalle casse automatiche, dove lo stesso cliente si pesa la merce, la imbusta, viene istruito sulla procedura dalla voce metallica del computer e paga mediante bancomat o carta di credito salutato dalla macchinetta cibernetica con tutta la cordialità che una macchina può conferire al proprio messaggio preregistrato. L’incertezza del futuro, unita al default economico ma anche alla narcotizzazione di questo paese, non fanno presagire nulla di buono a meno che un scossone di dignità condito da legittima rabbia non risvegli le coscienze dei cittadini augustani.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 15/05/2014 alle  10:09:56, nella sezione EDITORIALI,  790 letture)

migrantiImmigrazione: un esodo biblico, l’Africa intera vuole traghettare in Europa, inseguendo sogni di benessere e una vita migliore. O semplicemente una vita, visto che in certe parti del continente nero restare in questo mondo è un difficile traguardo, o si muore ammazzati o si muore affamati. E noi, popolo pingue e sovrappeso, abbiamo paura di questi poveretti, noi, una nazione di 60 milioni di abitanti, non riusciamo a organizzare un’accoglienza decente per trentamila rifugiati, anzi vorremmo i “respingimenti”, parola cruda ma asettica per dire: ributtiamoli a mare. Noi, popolo cattolicissimo devoto a Papa Francesco, non li vorremmo nemmeno vedere per strada questi giovanissimi abbronzati magri magri, con gli occhi spalancati verso un incerto futuro e la memoria dolente per i compagni annegati nel tragico viaggio della speranza su un barcone rattoppato. E pensare che un paio di secoli fa le navi negriere degli europei li andavano a caricare questi giovani abbronzati strappandoli con la forza ai loro villaggi, alle loro famiglie, alle loro donne, per trarli in catene a lavorare senza paga nelle piantagioni. Allora erano ricercati, forza lavoro a buon mercato, bestie da soma per arricchire gli speculatori inglesi, tedeschi, olandesi, spagnoli e americani. Ora questi esodati ci terrorizzano, pensiamo che possano rubarci l’osso rosicato che è la nostra economia, ciechi non vediamo le opportunità di un mondo che cambia, l’ineluttabilità di un movimento epocale dei popoli, inarrestabile come le orde dei unni, che voler contrastare è vano, impossibile, tanto vale accettarlo e gestirlo alla meglio, con buona pace dei cittadini fratelli d’Italia. Tanto poi loro, i migranti, non ci vogliono restare in questa Italia miserabile, piena di livore e di rabbia, asservita a politici ladri, dove impera la mafia e il puttanesimo. Loro, i migranti, andranno altrove transitando verso un’Europa più mitica e ricca, alla ricerca di un lavoro e di una nuova patria.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 29/08/2014 alle  18:31:56, nella sezione EDITORIALI,  882 letture)

guagliardoA volte viene da pensare che i veri nemici di Augusta, bella e ridente cittadina che si affaccia su uno splendido mare e che racchiude in se le vestigia di un passato glorioso, siano i suoi stessi abitanti. Ineducati, poco rispettosi degli spazi comuni, ammiratori sfegatati di chi “si è fatto i soldi” con ogni mezzo spesso illecito, pronti a dir male del proprio paese e dei propri amministratori (votati per anni da loro stessi, espressioni di una democrazia malata e tesi al profitto personale piuttosto che al bene comune). Innesto queste considerazioni in una garbata polemica che su un social network ha contrapposto Marcello Guagliardo (nella foto a sinistra), artista di fama internazionale (meglio conosciuto come Giordani) che ha sempre portato lustro ad Augusta, e Palmiro Prisutto (nella foto sotto), sacerdote ambientalista che ha di recente varato una ennesima iniziativa di sensibilizzazione ricordando i tanti morti per cancro in questa zona dove è presente una grande concentrazione di insediamenti industriali.

Scrive Marcello Guagliardo: “So di andare controcorrente e di tirarmi dietro le ire di molti con il mio commento, ma non posso accettare che tutti i giorni vengano postate notizie negative, funebri, da un prete che dovrebbe darci coraggio, portarci gioia, speranza e preghiere. Invece, volente, o nolente, mi arrivano notizie che mi creano ansia, patemi d'animo, tristezza, depressione, pianto. Con questo non voglio dire di non condividere la battaglia ventennale di Padre Prisutto, anzi. Padre, noi vorremmo che ogni tanto lei scrivesse messaggi di speranza e non sempre e solo tristi necrologi o foto e/o immagini apocalittiche. Faccia un pò di catechesi ed evangelizzazione; questa società ha fame di messaggi positivi che parlino di Gesù, del Suo amore infinito. E poi Padre, non crede che i morti siano tutti uguali? Perché concentrarsi solo con quelli di cancro? Perché il prossimo venerdi non dedica la Messa ai 24 bambini profughi morti e scaricati nel nostro porto? Cosa hanno di diverso questi morti, da quelli da lei scelti?”. Poi aggiunge: “Mi corre l'obbligo, dopo il mio post di ieri, aggiungere che sarebbe buona cosa che il Don oggi facesse come Gesu' (anzi lui è agevolato perché ha a favore i media nazionali.): cacci a calci in culo tutti questi sepolcri imbiancati dal tempio di Dio, coloro che stasera metteranno in bella mostra le loro facce in Chiesa e si batteranno il petto. Li cacci, Padre. Faccia una buona azione. Non si lasci strumentalizzare e non lasci strumentalizzare la Parola di Dio. Porti a tutti noi parole di Speranza, Amore, Pace, Serenità. E basta con il pessimismo! Da lei non me lo aspetto. Papa Francesco sorride sempre. Ha sempre parole di Amore e Speranza per tutti. Lei è la nostra guida spirituale e come tale ha delle responsabilità inderogabili”. Infine: “Chiudo la diatriba aggiungendo un ultima considerazione, visto che sono stato interpellato come musicista a fare qualcosa anch'io per la città. In quale altro modo dovrei mandare un messaggio se non attraverso la musica? La musica parla al mondo e alle generazioni, attraverso il suo linguaggio universale compreso da tutti, in tutte le lingue. La musica è gioia, speranza, aggregazione e condivisione. Unisce gli uomini in un afflato smisurato comune che dovrebbe portare alla pacificazione del mondo, o se non altro alla calma dei cuori. … Nulla c'e' di più caro e di più bello per un artista che regalare un sorriso, un attimo di serenità alla gente. Impagabile sentirsi dire alla fine della serata : "Grazie per avermi fatto dimenticare i miei problemi per qualche ora". Questo è il nostro compito e la soddisfazione più preziosa, E' quello che chiedevo a don Palmiro e non sono stato capito. Volevo una parola, un sorriso, un conforto, una speranza che domani ad Augusta continuerà a brillare il sole. Invece… solo e unicamente l'Apocalisse!”.

prisuttoIl sacerdote Prisutto aveva recentemente inviato la seguente lettera al presidente Napolitano: “Egregio Sig. Presidente, alla luce degli avvenimenti di oggi, 27 agosto 2014, sento il dovere di scriverle questa terza lettera. Alle prime due la S. V. non ha ancora risposto. Non so se la sua Segreteria gliene abbia parlato. La S. V. oggi è andata a Venezia all’inaugurazione del 71° festival del cinema e nel suo discorso ha elogiato il lavoro degli artisti e il prestigio di questo particolare lavoro italiano. (Ha ricordato l'importanza per il nostro Paese della Biennale perché è una istituzione alla quale l'Italia deve molto del suo prestigio nella vita culturale e artistica internazionale). Mentre la S. V. era a Venezia, nella mia parrocchia è venuta una troupe del TG2, alla quale ho rilasciato l’intervista che andrà in onda il 28 agosto 2014 alle 20,30. Che un Presidente della Repubblica partecipi a certi eventi lo giudico giusto e doveroso, ma che lo stesso Presidente negli stessi giorni non prenda in considerazione la richiesta avanzata da una comunità sofferente per i tanti morti di cancro, questo mi lascia alquanto perplesso. Già al suo predecessore Cossiga, nella lettera inviatale per conoscenza due settimane fa, dicevo che un Presidente non può e non deve fare distinzioni di persone in base al reddito o alla notorietà. L’art. 1 della Costituzione non dice che esiste un lavoro di serie A ed un altro di serie B, ma la sua presenza a Venezia sembra confermare proprio questa distinzione, almeno fino a quando la S. V. verrà ad Augusta. Il cinema, molte volte, presenta storie inventate, verosimili, ispirate a fatti accaduti, ma resta sempre un “finzione”. Ad Augusta, invece, la storia è reale, nella sua tragicità. C’è in atto uno sterminio silenzioso di esseri umani. Sono lavoratori italiani che per svolgere il loro onesto lavoro hanno sacrificato la vita nell’anonimato, lontano dalle passerelle dorate del lido di Venezia. Mi ha dato un forte senso di fastidio sentire al telegiornale l’elenco degli attori e delle attrici presenti a Venezia. Noi le abbiamo già inviato un primo elenco dei nostri morti di cancro, ma questo elenco è già stato ricompilato con un numero di nomi ancora maggiore. Egregio Presidente, così come ha trovato il tempo di andare a Venezia credo che abbia anche il dovere di venire ad Augusta per riconoscere ed onorare la memoria delle vittime di questa strage silenziosa. L’Italia non è fatta solo di attori, cantanti, calciatori e atleti è fatta anche di operai, di casalinghe, di studenti; l’Italia è fatta anche di gente comune che ha una dignità pari a quelli a cui i media danno tanta importanza sol perché sono ricchi e famosi”.

In pratica si contrappongono due mondi: quello populista del prete, in linea con i principi del suo sacerdozio, che dal tono della missiva pare non tenere in debito conto l’importanza dell’arte e della cultura come immagine dell’Italia nel mondo, e quello del tenore e musicista che crede che solo “la bellezza ci salverà” e che ravvede in questo spargere ai quattro venti un’immagine di Augusta caratterizzata da connivenze mafiose, aria inquinata, mare sporco, cioè tutte connotazioni negative, un nocumento a qualsivoglia speranza di accreditare il paese ai fini del turismo, abbassando perfino il valore del suo territorio, che pure avrebbe i numeri per progredire. Due visioni contrapposte e, pur rispettando e per certi versi condividendo le iniziative del sacerdote tese a sensibilizzare gli organi di stato sulla terribile problematica, non possiamo esimerci dall’apprezzare la posizione concettuale di Marcello Guagliardo, che opera già ad Augusta nel suo campo, puntando sui giovani talenti, sulla cultura e sull’arte. Perché riteniamo necessario trattenere le giovani leve sul territorio, facendo loro intravvedere un mondo migliore possibile, qui ed ora, e non farle fuggire sottolineando i pericoli che incombono sulla loro salute. Ma ognuno scelga la sua strada, purché si sia in buona fede e si lavori per il bene comune e per un futuro migliore.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 04/09/2014 alle  14:08:27, nella sezione EDITORIALI,  826 letture)

augustaSi registrano sottotono nella città di Augusta le prime grandi manovre per individuare i possibili candidati sindaci nelle prossime lezioni che, dopo un lungo periodo di commissariamento, avverranno nella primavera del 2015. Riteniamo che sia legittimo per chiunque, ma soprattutto per i giovani e per chi non ha fatto compromessi con le recenti fallimentari amministrazioni, chiedere di cimentarsi al governo della città, impegnarsi in una maggioranza per il bene comune, per occuparsi della cosa pubblica, per sperare in un futuro migliore, per cambiare finalmente, scegliendo l'interesse di tutti i cittadini a danno dell'interesse delle lobby che hanno imperato per anni nel nostro paese. Con quale programma? Sono in grado i professionisti di questa città di scendere in campo e di attuare un programma? Ci vorrà un atto di fede da parte dei cittadini elettori. La scelta che per anni hanno fatto gli augustani è stata prevalentemente basata su un percorso di sinistra che, è vero, ha dato cattivi frutti ma ha nel contempo ribadito la natura fortemente democratica e socialista del popolo augustano, forgiata in una bocciatura perenne dei progetti della destra locale. La sinistra augustana farà prima delle prossime elezioni amministrative un percorso che sfocia nelle primarie per scegliere un Sindaco al quale offrire solide basi programmatiche frutto di discussioni interne, che alla fine consentano di accattivarsi le simpatie dei movimenti civici esistenti nel territorio, su temi per i quali siamo tutti sensibili, primo tra tutti un PRG per la tutela del territorio e del paesaggio e un ritardatario impianto di depurazione che renda balneabili le nostre meravigliose coste. Il Partito Democratico, in tutte le sue correnti, dovrà politicamente dare le giuste soluzioni, perché se ciò non dovesse accadere ancora oggi, dopo anni di governo fallimentare della città, la responsabilità non potrà che ricadere su di esso. Restiamo a guardare uno spettacolo che dovrebbe appassionarci e che invece ci lascia indifferenti perché la strategia politica è troppo scadente e naviga a vista, senza prospettive e senza alcun progetto, mostrando una cieca acquiescenza al dramma della città di Augusta che mai aveva toccato livelli così bassi di gestione.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 28/12/2014 alle  16:15:35, nella sezione EDITORIALI,  672 letture)

In ognuno di noi persistono tracce di un cervello antico, primordiale, dove albergano le passioni e gli impulsi predatori. Perché l’uomo primitivo era essenzialmente un predatore che doveva prevalere sull’ambiente circostante per cibarsi, quindi per sopravvivere e salvaguardare la sua prole. Questo ci portiamo appresso nel nostro dna e questo resiste anche oggi che non dobbiamo più cacciare per mangiare, né guardarci dal pericolo per salvare la pelle. Ancora oggi come i nostri progenitori vogliamo le femmine più belle e più prolifiche per perpetuare la razza, e loro, le donne, scelgono ancora il maschio più forte e più dotato per essere protette e mantenute. Naturalmente oggi non servono pelli di animali, né provviste di grano e nemmeno conquistare un regno, oggi per avere il potere serve il denaro e con questa motivazione si giustifica ogni nefandezza, ogni prevaricazione, sopraffacendo e corrompendo per nutrire al meglio il proprio io con la conquista dei simboli propri del potere odierno: ostentazioni di ricchezza, macchine ruggenti e donne bellissime per affermare anche e soprattutto la propria potenza sessuale. Come i pavoni aprono la coda o i cervi ostentano ramificate corna quali attrattivi richiami, gli uomini d’oggi ancora una volta ignorano etica e morale per accumulare denaro e privilegi, dominati ancora e sempre da una cieca ingordigia.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 24/01/2015 alle  17:44:32, nella sezione EDITORIALI,  657 letture)

foto scarpetteL’ideologia nazista, mirando alla purezza della razza, generò il più grande eccidio della storia: l’olocausto. Ad essere deportati, rinchiusi nei campi di concentramento e barbaramente uccisi furono milioni di persone: ebrei, testimoni di Geova, prostitute, zingari, handicappati ed omosessuali; ovvero tutti coloro che venivano considerati “elementi inutili”, “inadatti alla vita”, “diversi” o che semplicemente minacciavano la “purezza “ della “razza ariana”. Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata di commemorazione delle vittime dell'Olocausto. È stato così designato il 1º novembre 2005 dalla risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite durante la 42ª riunione plenaria. In questo giorno si celebra la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche. In Italia gli articoli 1 e 2 della legge n. 211 del 20 luglio 2000 definiscono così le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”.

Nella foto: scarpette di bambini gassati nel campo di concentramento di Auschwitz

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 03/02/2015 alle  16:59:31, nella sezione EDITORIALI,  729 letture)

sicilianistiUn grande sommovimento sta coinvolgendo gran parte del popolo siciliano, tra ombre e luci, con formule nuove di organizzazione dal basso, senza il coinvolgimento dei politici regionali, anzi mettendoli al bando e individuando in essi il germe di un pernicioso disinteresse unito a una fondamentale incapacità non solo di amministrare, ma perfino di rappresentare le istanze dei siciliani che non riescono a intravedere uno straccio di futuro. Alla luce di tutto ciò diventa sempre più urgente elaborare un nuovo meridionalismo in un contesto dove la politica è in crisi, e urge agevolare la formazione di una nuova cultura dello sviluppo delle regioni più deboli del Paese, con particolare riferimento alla Regione Sicilia. Le sfide che attendono nei prossimi anni il Sud e la Sicilia in particolare, sono piuttosto impegnative, a cominciare dalla fiscalità che rischia di essere iniqua. Necessitano standard equi, per fare un esempio, anche per la valutazione delle nostre Università che potrebbero non essere uguali a quelle del Nord, mancando al Sud i finanziatori privati ed un retroterra produttivo. Allora, se il metro di riconoscimento delle capacità formative di una Università è il lasso di tempo che un giovane laureato impiega a trovare un lavoro, è chiaro che le Università meridionali non possono rientrare nel novero delle più virtuose. Quindi, avranno meno finanziamenti pubblici. Analogo ragionamento va fatto per i costi standard che si vogliono introdurre nella sanità che condanneranno i nosocomi siciliani ad avere sempre meno risorse e a costringere i cittadini ai viaggi della salute che significano oltre a disagi di vita dei cittadini anche esborsi ulteriori di somme agli ospedali del nord tramite il sistema dei DRG. Rilanciare la questione meridionale non significa volere tornare al passato, non significa attrarre più risorse al fine di garantire un'economia di mera sussistenza, ma significa fare dei vecchi e nuovi problemi del Sud una questione nazionale, spiegando soprattutto alle giovani generazioni che un Paese in cui prevale la legge della giungla a causa di una difesa aggressiva dei particolarismi, in cui quindi la distribuzione delle risorse nel territorio è destinata ad essere sempre più iniqua, sarà inevitabilmente un Paese più povero, più sfiduciato, più disordinato, anche a causa dei flussi migratori massicci di giovani che prendono la via del nord o dell’estero. Se non si pone mano ad una politica di valorizzazione delle risorse umane, il Sud non ha futuro e rischia di essere sempre più abbandonato a se stesso. Mezzogiorno in primo piano, dunque, ma con la testa ed il cuore rivolti verso i Paesi della sponda sud del Mare Mediterraneo. È qui che si creeranno le condizioni per un dialogo fra il mondo occidentale e il mondo finora senza sviluppo. E' questa area il laboratorio naturale delle politiche della tolleranza e della cooperazione economica: la Questione Meridionale sempre più si identificherà con la grande Questione Mediterranea.

 
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