Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di Redazione (pubblicato il 25/07/2013 alle  09:43:48, nella sezione CINEMA,  832 letture)
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di Redazione (pubblicato il 23/07/2013 alle  20:15:31, nella sezione CINEMA,  864 letture)
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di Redazione (pubblicato il 12/07/2013 alle  21:01:39, nella sezione CINEMA,  751 letture)

Il tema dominante è quello della transizione, il passaggio da una condizione all’altra, un tema attuale, e non solo in Italia, ma ancor più nel nostro Paese dove il dibattito sullo “ius soli” (la cittadinanza come conseguenza dell’esser nati in un posto) rimarca come il passaggio da una frontiera – che può essere civile, morale, sociale e politica all’altra - è all’ordine del giorno. Ecco la filosofia che sottende i lungometraggi del XIII Festival del Cinema di Frontiera di Marzamemi, che saranno proiettati nella suggestiva piazza Regina Margherita del borgo marinaro siciliano dal 23 al 28 luglio.

«Partiamo con “Salvo” e chiudiamo con “Carlo!” – annuncia il direttore artistico, il regista Nello Correale -, due nomi di battesimo che in realtà richiamano due aspetti del cinema che hanno difficoltà a incontrare il loro pubblico». “Salvo” di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, proiettato in apertura il 23 luglio, è un film “importante” che viene da un festival importante qual è Cannes dove ha vinto il Grand Prix a La semaine de la critique e il Prix Révélation; “Carlo!” di Fabio Ferzetti e Gianfranco Giagni, omaggio ad uno dei protagonisti del cinema italiano, Carlo Verdone, verrà proiettato in chiusura il 28 luglio: «Questi nomi che danno inizio e fine al nostro programma testimoniano l’importanza e la significanza del nostro festival, che dà voce a un cinema indipendente, attento a particolari temi, che parla allo stesso tempo nuovi linguaggi, nuove forme cinematografiche». Sei i film in concorso, caratteristica del festival dalla prima edizione del 2000. «Siamo gli unici in Sicilia a fare un festival di lungometraggi in concorso» aggiunge il regista.

La transizione dicevamo, questo il leit motiv della XXII edizione del Festival del cinema di Frontiera. «La tematica della transizione, passare da uno stato all’altro, lo trovo come un tema molto ma molto attuale. “Salvo” di Grassadonia e Piazza lo incarna il tema della transizione: Salvo è un uomo nato per fare le peggiori cattiverie ma che ha in se i germi di un’altra identità che lo porteranno alla sua salvezza. La transizione che è presente anche nel film “Il figlio dell’altra” di Lorraine Levy, storia di due ragazzi, uno israeliano e uno palestinese, che si accorgono di essere stati scambiati alla nascita, costringendo ognuno a interrogarsi sulle rispettive identità e convinzioni. E la transizione da un approccio sociale ad un’altro sta alla base del film serbo “The parade – La sfilata”, sul tema dei diritti civili e dell’omofobia in un contesto difficile come è quello ultranazionalista serbo per una manifestazione come il gay pride di Belgrado».

“Il caso Kerenes”, Orso d’oro a Berlino, traccia una mappa emotiva, non solo sociale, della nuova Romania: «Calin Netzer, il regista, getta uno sguardo all’interno della borghesia, con un tema universale, il rapporto “eccessivo” fra una madre un figlio».

“Infanzia clandestina” parla di un tema molto forte come quello degli anni della dittatura militare in Argentina visti con gli occhi disincantati di un ragazzo, preda delle sue prima pulsioni sentimentali: «Gli anni tragici per l’Argentina raccontati con un tono quasi da commedia. Il sud America, subcontinente molto presente in questo festival, sta producendo cose molto interessanti».

 Ancora una chiave di lettura nuova del Sud America e dei suoi recenti orrori storici nel film cileno “No, i giorni dell’arcobaleno” di Pablo Larrain: «Anche qui c’è il tema del ribaltamento narrato attraverso una campagna pubblicitaria contro il regime da parte di un uomo che viene dalla borghesia compromessa con il regime militare ma che ha avuto il padre trucidato dal dittatore».

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 29/06/2013 alle  14:22:15, nella sezione CINEMA,  831 letture)

Finalmente un grande film italiano, tra l’altro girato da un regista indipendente, un giovane autore che fino a oggi mi aveva lasciato piuttosto perplesso. La stanza delle farfalle sarebbe piaciuto a Hitchcock, per il crescendo di tensione e la continua suspense da cui è pervaso, ma anche a Lucio Fulci, per il tema legato ai bambini che non devono crescere (Non si sevizia un paperino). Barbara Steele torna da protagonista in una produzione italiana, dopo aver impersonato la donna - strega del gotico anni Sessanta, essere stata musa felliniana, abile interprete di erotici e thriller inquietanti. Il regista punta molto sulla sua personalità di attrice credibile nei panni di una donna terrificante, che prima tenta di uccidere la figlia per non vederla crescere, quindi mostra una i segni psichici di un rapporto malsano con l’infanzia.

La storia è sceneggiata benissimo, procede per salti temporali, narrando tre eventi: la follia scatenata dal tentato infanticidio, l’esecuzione di una vittima conservata come una farfalla nella stanza sacrario e un ultimo tentativo di sottomissione compiuto dalla inquieta megera. Tutto torna, alla fine, tra omicidi efferati (ma non esibiti) e un crescendo di tensione sottolineato da una colonna sonora a base di percussioni e musica sintetica. Barbara Steele è perfida quanto basta, subito in primo piano con una maschera grinzosa segnata dal tempo, mentre assiste terrorizzata alle mestruazioni della figlia in una vasca da bagno. Zarantonello cita Argento a più non posso. Lo specchio nel corridoio stile Clara Calamai in Profondo Rosso, le bambole e i giocattoli per bambini, tutto marginale nell’economia della pellicola. La protagonista viene descritta benissimo, la psicologia di un carattere disturbato è sviscerata nei minimi particolari: la mania per le farfalle, l’amore - odio per i bambini, un malinteso senso morale che la porta a punire ciò che ritiene ingiusto. Barbara Steele spaventa davvero quando impugna mazza e spillone, incute timore e repulsione quando la vediamo uccidere a sangue freddo e insidiare bambini inermi. Il regista raggiunge lo scopo, usa con perizia la tecnica del flashback a ritroso, un montaggio al contrario che scorre rapidamente, già visto in lavori precedenti, ma qui perfezionato.

Un film claustrofobico, girato quasi tutto in interni, più thriller angosciante e pellicola drammatica che horror, ma è inutile classificare, visto che ci troviamo di fronte a un lavoro riuscito. Si resta incollati allo schermo sino alla parola fine e - anche se a volte la sceneggiatura è prevedibile - tutto è realizzato con la massima cura e il rispetto per lo spettatore. Barbara Steele è una strega moderna, un orco al femminile, una serial killer psicopatica, una Barbablù in gonnella che nella stanza proibita nasconde un orrendo segreto. Il finale è angosciante, anche se il regista - per fortuna! - evita facili effettacci da torture porn stile horror nordamericano che hanno stancato tutti. Il crescendo di follia della protagonista è descritto con tante immagini e poche parole, catapultando lo spettatore in un delirio senza fine. La fotografia nitida, il montaggio serrato, l’uso appropriato della soggettiva e la recitazione ottima (persino i bambini!) fanno de La stanza delle farfalle un prodotto interessante, uno dei migliori film italiani visti negli ultimi anni. Purtroppo esce a fine stagione, in pochissime copie e non saranno in molti a vederlo.

 
di Redazione (pubblicato il 20/06/2013 alle  09:26:04, nella sezione CINEMA,  862 letture)

l'eccelso regista giorgio naniA volte uscire “dai propri panni” può essere utile per riappropriarsi con maggiore consapevolezza della propria personalità. Lo hanno provato sulla propria pelle, in una divertente ed educativa iniziativa scolastica dal sapore cinematografico, gli alunni della scuola primaria “Gabriele Judica” di Palazzolo Acreide che, a conclusione del quinquennio scolastico, sono stati protagonisti del cortometraggio “Sotto-sopra” scritto da Stefano Frassetto, genitore di un alunno e fotografo di professione, diretto dal regista siracusano Giorgio Nanì La Terra (nella foto a destra) e con la colonna sonora di Emanuele Hesael Pavano.

 “Non avevo mai lavorato con i bambini e ho dovuto dirigerne 50 in un colpo solo! Ma è stata un’esperienza entusiasmante – ha commentato con soddisfazione Giorgio Nanì La Terra. - Con mio grande stupore ma anche con mio enorme piacere, ho scoperto che nella loro spontaneità può esserci più talento che in un attore adulto e maturo e fin da subito è nata una naturale intesa che ci ha permesso di ultimare senza problemi il cortometraggio divertendoci al contempo. Credo che il prodotto realizzato abbia realmente un suo valore artistico oltre che educativo. I bambini hanno interpretato ciascuno il proprio ruolo in maniera impeccabile e vale la pena proiettare il corto dinanzi ad un pubblico il più vasto possibile. Io stesso mi sono rivisto in loro, bambino e alunno, con il grande compito di crescere scegliendo la propria strada, giorno dopo giorno. Per questo ho intenzione di far circolare l’opera nei circuiti dei festival italiani e presentarlo in concorso”.

un fotogrammaAggiunge Frassetto: “Ho seguito sin dalla prima classe della primaria i piccoli cinquanta alunni che hanno partecipato al cortometraggio donando loro ogni anno un progetto diverso. Per la quinta ho voluto far emergere le loro capacità artistiche e creative coinvolgendoli in un’iniziativa che ha avuto il cinema come protagonista. Il progetto è partito alla fine del mese di febbraio con la visione e lo studio da parte dei ragazzi di una serie di cortometraggi grazie ai quali hanno imparato a distinguere le tecniche cinematografiche ma anche le capacità recitative degli attori interpreti delle storie. In ‘Sotto-sopra’ ho voluto sottolineare il valore educativo dell’istituzione scolastica mimando una sorta di evoluzione caratteriale dei fanciulli i quali entrando a scuola con una propria personalità a volte esuberante a volte eccessivamente timida, grazie agli insegnamenti di maestre e maestri, hanno imparato, con il succedersi degli anni, a gestire e valorizzare la propria indole. La parte più divertente del progetto – sottolinea l’autore della sceneggiatura – è stata quella di trasformare tutti i bambini in attori spingendoli ad interpretare ciascuno esattamente l’opposto di se stesso”.

Per la riuscita del progetto fondamentale è stato l’apporto della dirigente scolastica della scuola “G. Judica”, Dott. Agata Sortino e del corpo docente, in particolare delle insegnanti Santa Valvo e Sofia Blancato, di tutti i collaboratori scolastici, e di Pino Melzer che ha pazientemente e attentamente coordinato il backstage di tutti i bambini. Sabato 22 Giugno 2013 ore 21:00 presso un salone del prestigioso locale “La Corte di Eolo” si effettuerà la prima proiezione del cortometraggio e saranno presenti tutti i bambini con le rispettive famiglie, il Sindaco Carlo Scibetta e naturalmente il regista e lo sceneggiatore. L’invito alla visione è gratuito ed aperto a tutti.

 
di Renato Scatà (pubblicato il 11/06/2013 alle  14:51:05, nella sezione CINEMA,  1099 letture)

Oggi dovró parlare al funerale del prof. Carlo Motta, fondatore del cine-teatro Aurora di Siracusa, ma ho paura, non so bene che dire. Qualche settimana fa ho scritto di lui su una rivista, l'ho chiamato un "big del settore". Ora che è andato via mi accorgo che forse era qualcosa di più.

Era il simbolo della generazione che ha costruito, con le mani e col sudore della fronte, la grande società. Una società di colossi, di miti inarrivabili, di sogni incredibili. Non so se la mia realtà, la mia generazione, possa avere la stessa forza, la stessa intensità nel "creare" malgrado tutto. Motta, ha superato alcuni dei momenti piu difficili della storia, la guerra mondiale, il boom economico, la decadenza degli anni ottanta...Noi forse non riusciamo a superare nemmeno un guasto al nuovo i-phone o un interruzione alla linea adsl. Chi raccoglierà un eredità simile? Siamo schiacciati dal passato, vittime di un presente sterile, destinati a chattare davanti a uno schermo. Eppure quello che è stato, quello che altri hanno fatto di buono, potrebbe essere migliorato, il passato potrebbe diventare un ottimo compagno di viaggio.

Ringrazio il professore per averci insegnato a credere, anche quando tutto sembrava perduto, lo ringrazio perchè nei suoi occhi dolci ho sempre visto un bambino, testardo e felice, che continuava a sognare.

 
di Redazione (pubblicato il 23/05/2013 alle  19:42:33, nella sezione CINEMA,  761 letture)

Giorno 3 Giugno, presso il Cineteatro Aurora di Belvedere (Siracusa), si terrà la presentazione del cortometraggio "Rosa", contro la violenza su donne e minori, girato interamente a Siracusa e diretto da Alfio D'Agata. Interpretato da Silvana Fallisi e Gino Astorina, il corto ha recentemente ottenuto il premio "Gold Elephant World" per la miglior opera nell'ambito della comunicazione sociale.  Presentati e introdotti dalla giornalista Rosa Tomarchio, numerosi ospiti e interventi, per una serata di cinema e informazione, a cominciare da Giuseppe Cottone, Presidente dell'Associazione culturale "L'Urlo" che ha prodotto l'opera. Interverranno anche il Presidente dell'Associazione culturale "La Nereide" Adriana Prazio, il critico cinematografico Renato Scatà, il dr. Roberto Cafiso, il Dirigente della Polizia Postale di Catania, Marcello La Bella, e l'avvocato Patrizia La Vecchia. L'associazione "L'Urlo" offrirà un ricco buffet con un dolce omaggio in ricordo della serata.

 
di Redazione (pubblicato il 21/05/2013 alle  17:30:42, nella sezione CINEMA,  1002 letture)

PAOLO SORRENTINO“La grande bellezza” è il nuovo film del regista Paolo Sorrentino (nella foto tra Toni Servillo e il direttore di Dioramaonline), interpretato da un cast di grandi attori italiani del calibro di Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Serena Grandi, Isabella Ferrari, Roberto Herlitzka, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi e tanti altri. Presentato al Festival di Cannes, il film si ambienta a Roma, una città che si apre agli occhi meravigliati dei turisti, in estate, quando splende di una bellezza immensa. Il protagonista Jep Gambardella (Tony Servillo) ha sessantacinque anni ed è un giornalista affermato che si muove tra cultura alta e mondanità in una Roma che non smette di essere un santuario di meraviglia e di grandezza. E’ un film che vive di eccessi barocchi e intimità commoventi, momenti di surrealismo e di puro godimento estetico, sembra quasi che il regista abbia voluto raccontare sé stesso nel personaggio di Gambardella, come lui napoletano trapiantato a Roma e come lui alla ricerca di qualcosa di puro pur calato in un contesto decadente, gaudente e a tratti grottesco come quello del cinema italiano. I personaggi del film sono una moltitudine: intellettuali di sinistra e nobili decaduti, porporati e galleristi d’arte, direttori di riviste prestigiose e nuovi arricchiti sono il mondo in cui si muove il malinconico personaggio di Toni Servillo, un uomo che per noia o per cinismo, per superbia o per pigrizia, ha permesso che il vuoto della mondanità avvolgesse il suo cuore che però sente la necessità di cambiare, di ritrovare nella sua vita la bellezza. Sorrentino non mette in scena il mondo della politica ma quello che racconta è comunque politico, fa un discorso etico: bisogna che ognuno di noi riconosca le brutture, i propri vizi e difetti, e ripartire, rinascere per ritrovare la bellezza dell’uomo e del mondo.

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 06/05/2013 alle  16:39:28, nella sezione CINEMA,  842 letture)

Diego Mondella raduna un gruppo di autori (Della Casa, Giusti, Zagarrio, Spagnoletti, D’Agostini, Zanello, Chiesi, Cotroneo, Caldiron, Rossi, Monetti, Marelli, Savatteri, Dottorini, Cairola, Bajani, Abbate) per realizzare un’antologia di scritti finalizzati a ricordare Elio Petri, cineasta impegnato ingiustamente sottovalutato dalla critica. Ne viene fuori "L'ultima trovata-Trent'anni di cinema senza Elio Petri": un buon testo, con tutti i limiti dei lavori antologici, poco uniformi e frammentari, ma che ha il suo punto di forza in un interessante apparato di interviste agli amici e in una stupenda conversazione tra Elio Petri e Dacia Maraini. Degni di nota il capitolo "Eliopensiero" e una completa filmografia. Il libro ci fornisce lo spunto per parlare di un regista da noi sempre amato e sul quale abbiamo scritto qualcosa a proposito di Un tranquillo posto di campagna, Il maestro di Vigevano e Todo modo.

Elio Petri (Roma, 1929 - 1982), cinefilo sin da giovane, appassionato frequentatore di cineclub, comincia a occuparsi di politica seguendo le convinzioni della sinistra parlamentare. Unisce le due passioni quando assume l’incarico di critico cinematografico per L’Unità e subito dopo inizia una fruttuosa attività di sceneggiatore e aiuto regista a fianco di Giuseppe De Santis. Il soggetto di Roma ore 11 (1952) deriva da un’inchiesta giornalistica del futuro regista, convinto sostenitore del neorealismo nel periodo 1940 - 1960, poi transfuga verso un cinema meno sovietico e più attento alle esigenze del pubblico. Ricordiamo Elio Petri sceneggiatore di lavori popolari come L’impiegato (1959) di Gianni Puccini e I mostri (1963) di Dino Risi. La prima prova dietro la macchina da presa è L’assassino (1961), un thriller anomalo che racconta l’omicidio dell’amante di un antiquario e la relativa indagine poliziesca, ma il vero scopo del regista è quello di analizzare la mediocrità umana e l’ambiente in cui viviamo.

Il debutto di Elio Petri mostra un cineasta padrone del mezzo espressivo dopo un apprendistato fatto di documentari, critica, sceneggiatura e aiuto regia. Regista impegnato ma votato ad accettare le regole produttive, consapevole che si possa far trapelare messaggio e ideologia anche attraverso la struttura di un giallo. Il suo tema portante sarà quello dell’alienazione dell’uomo contemporaneo all’interno di una società che uniforma e banalizza.

I giorni contati (1962) è ancora più esplicito nel narrare la voglia di fuga dall’omologazione, da un quotidiano sempre uguale che annichilisce e distrugge la creatività. Il protagonista scopre sin dalla prima sequenza di avere i giorni contati perché vede un morto in autobus. Elio Petri subisce l’influenza della nouvelle vague, ama raccontare i problemi che affliggono la società contemporanea, gira anche cinema di genere ma solo per trasmettere un messaggio politico. Da questo film Petri comincia a fare uso del piano sequenza secondo la lezione di Antonioni, modificando il montaggio e inserendo nuovi elementi visivi e sonori che rappresentano la sua cifra stilistica. I tempi cominciano a essere dilatati, i gesti quotidiani del protagonista sono ripresi con attenzione. Il maestro di Vigevano (1963), interpretato da Alberto Sordi, tratto da un romanzo di Mastronardi, è un buon lavoro commerciale, come Peccato nel pomeriggio, episodio di Alta infedeltà (1964), girato con Salce, Monicelli e Rossi. La decima vittima (1965) è cinema fantastico allo stato puro, sceneggiato da Flaiano, Guerra e Salvioni sulla base del racconto di Robert Sheckley, girato all’Eur e interpretato da un ottimo Marcello Mastroianni. L’alienazione è sempre in primo piano in una società del futuro dove il potere mediatico mette in scena squallidi giochi al massacro. Petri comincia a collaborare con Gian Maria Volontè, che diventa il suo attore di riferimento a partire da A ciascuno il suo (1967), una pellicola contro la mafia tratta dal romanzo di Leonardo Sciascia. Ugo Pirro diventa il suo sceneggiatore di fiducia e ne condizionerà la poetica futura. In questo periodo Elio Petri studia la condizione dell’uomo nella società contemporanea, anche se nella pellicola Un tranquillo posto di campagna (1968) la riflessione è limitata alla figura dell’artista che non trova tranquillità nel mondo circostante. Altri temi prediletti da Petri sono il rapporto tra uomo e autorità, configurata nel datore di lavoro che aliena l’operaio e lo conduce verso la follia, ma anche nella giustizia che assolve sempre se stessa. La vita politica italiana diventa il nodo centrale del suo cinema e una visione critica del sistema accompagna uno stile che diventa sempre più ermetico.

Petri gira pellicole importanti come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) - Oscar per il miglior film straniero - e La classe operaia va in Paradiso (1971) - Palma d’Oro a Cannes. Le pellicole del registra romano sono raffinate, colte, ridondanti e fin troppo intellettuali, ma riescono a mantenere un equilibrio grazie alla valida denuncia sociale e alla recitazione di Gian Maria Volontè. La denuncia antigovernativa di Elio Petri perde forza con gli ultimi lavori, a partire da La proprietà non è più un furto (1973), film molto politico, confuso e di complessa interpretazione, sia per lo stile con cui è girato che per una recitazione teatrale molto sopra le righe. Todo modo (1976) è la trasposizione di un altro romanzo di Sciascia, ma è girato secondo un registro grottesco che ne stempera la forza polemica di denuncia nei confronti del potere. Ricordiamo Ciccio Ingrassia in un’intensa parte drammatica e Gian Maria Volontè nei panni di un uomo politico molto simile ad Aldo Moro. Gli ultimi lavori di Petri sono il televisivo Le mani sporche (1979), tratto da un lavoro di Sartre, e Buone notizie (1979), un atto di accusa intriso di pessimismo contro il potere dei media. Il cinema di Elio Petri è stato spesso accusato di eccessivo intellettualismo, di ermetismo e di scarsa concessione allo spettacolo per inseguire un discorso politico. Resta comunque un cinema importante in un panorama di scarso impegno che caratterizza i nostri anni Settanta cinematografici, perché ha saputo mettere il dito nella piaga e denunciare i mali di un Paese ostaggio della mafia e di una classe politica corrotta. Non solo. Si tratta di un cinema ispirato da molti autori del teatro dell’assurdo, gente come Ionesco, Beckett, Borges e Sartre, caratterizzato dal suo essere antirealista, se non addirittura iperrealista e surreale.

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 31/03/2013 alle  10:59:24, nella sezione CINEMA,  950 letture)

Marco, Gianni, Stefano e Fabrizio, amici da sempre, si riuniscono come ogni anno per un torneo calcistico trasmesso in televisione che vede rivali le loro quattro squadre. Ogni personaggio è tormentato da un’angoscia diversa: solitudine, famiglia, divorzio, inferiorità sociale. Il calcio è il detonatore dei problemi insoluti delle loro vite, il catalizzatore di un odio represso, che esplode in un tranquillo weekend di paura, tra le mura di una casa di campagna, dove tutto era predisposto per una cena in compagnia, davanti al televisore, come ai vecchi tempi.

Stefano Simone gira il suo film più maturo, restando nel genere thriller stile Kenneth (2008) e Unfacebook (2011), ma abbandonando i riferimenti fantastici presenti in Cappuccetto Rosso (2009), Una vita nel mistero (2010) e nello stesso Unfacebook. Weekend tra amici è intriso di crudo realismo, un thriller claustrofobico e introspettivo, teatrale, un melodramma che scava nella psicologia dei personaggi e porta alla luce i demoni che albergano nella nostra psiche. Simone va ben oltre gli angusti confini del genere, scrive il suo miglior cinema d’autore, che risente delle influenze di Ingmar Bergman e William Friedkin. Un elogio al soggettista sceneggiatore Francesco Massaccesi (un cognome che promette bene), perché - a parte alcune lungaggini - non abbiamo notato buchi di sceneggiatura. Ottimo il montaggio, serrato quanto basta per creare la tensione di un cinema claustrofobico, girato quasi tutto in una stanza. Il meccanismo è quello dei 12 piccoli indiani di Agata Christie, solo che non stiamo cercando un assassino, ma il demone che prende forma e uccide senza un motivo apparente. La musica di Luca Auriemma - che conosciamo dai tempi di Cappuccetto Rosso, una costante nel cinema di Simone - è perfetta per caratterizzare tensione e momenti culminanti. Brani sintetici e sonorità meridionali, a tratti pare di sentire uno scacciapensieri, sono il leitmotiv di una colonna sonora ideale per rendere il clima angosciante della pellicola. Effetti speciali credibili, realizzati in economia, ma realistici: le parti efferate sono prive di sbavature, se tralasciamo il primo morto nella doccia che - per un istante - si vede respirare. Mi soffermo sulla recitazione, da sempre nota dolente del cinema di Simone, perché questa volta gli attori sono tutti bravi e ben calati nella parte, recitano con tono drammatico notevole, forse troppo impostato e teatrale, ma recitano, e catturano l’attenzione dello spettatore. Matteo Perillo (il dentista) ha una marcia in più, un vero professionista, interpreta in maniera convincente il dramma interiore della solitudine. Nicla Loconsole è una bella presenza sexy, persino misteriosa, che compare per un breve flash, ma purtroppo è poco utilizzata dal regista. La regia è attenta, la macchina da presa alterna primi piani, particolari, panoramiche, esterni paesaggistici che descrivono il colore locale, fotografa il crescendo di follia ricorrendo a una colorazione intensa con un tono rosso dominante.

Weekend tra amici parte con il tono della storia di formazione, un racconto alla Salvatores, stile Italia Germania 4 a 3 (1990) di Andrea Barzini e Compagni di scuola (1988) di Carlo Verdone, seguendo una tematica minimalista e costruendo una nostalgia del tempo passato che sfocia nel dramma. I quattro amici si riuniscono per passare un fine settimana insieme, per godere la visione del loro sport preferito, ma non riescono a lasciare da parte loro stessi, i problemi, le angosce che tormentano un difficile quotidiano. La vita scorre, la giovinezza è ormai perduta, i sogni sono infranti, resta il dramma di una generazione sconfitta. Simone e Massaccesi realizzano una dura critica al mondo del calcio ricorrendo a dialoghi serrati, molto tecnici, che i non ferrati nella materia faticheranno a comprendere. La critica alla violenza va di pari passo con il perbenismo di chi si disinteressa - ed è peggiore degli ultras - "perché tanto ha l’abbonamento in tribuna d’onore". Lo stadio visto come sfogo sociale alle frustrazioni non è un’idea nuova, ma Simone inserisce citazioni colte (Blake, Cechov…) e intuizioni d’autore interessanti, oltre a mettere il dito sulla piaga: il gioco del calcio scatena gli istinti peggiori dell’uomo. Un crescendo di delirio e un tono sempre più cupo apre le porte a sequenze di puro metacinema quando uno degli amici afferma che "con il cinema alto non si fanno incassi", svela i meccanismi della suspense e del sottotesto. Solitudine, rancori, famiglia vista come gabbia dalla quale è impossibile uscire, incomprensibile follia, tutto conduce alla più incredibile delle tragedie, una vera e propria ecatombe da melodramma spagnolo. Stefano Simone si dimostra ancora una volta un regista promettente, capace di mettere in scena un testo difficile e colto, intriso di riferimenti classici e letterari.

 
di Luca Raimondi (pubblicato il 23/02/2013 alle  09:27:29, nella sezione CINEMA,  1105 letture)

Manifesto di DjangoL’approssimarsi della notte degli Oscar mette sulla bilancia una serie di film che hanno contraddistinto l’ultimo scorcio cinematografico americano ma anche, di rimando, italiano. Vorrei soffermarmi in particolare su due film di due maestri del cinema, mi riferisco a “Lincoln” di Steven Spielberg e a “Django Unchained” di Quentin Tarantino. Si tratta di due film assai diversi, ma che rimandano al medesimo tema, quello dello schiavismo afroamericano. Vederli a distanza ravvicinata, come è avvenuto nel mio caso, inevitabilmente li pone in diretto confronto e non senza ragioni, come avrò modo di spiegare. Innanzitutto il film di Spielberg: script verboso, volutamente verboso, ma assai intelligente e colto, molto accurato nella descrizione di certe dinamiche parlamentari del tempo, pure troppo, tant’è che a tratti sembra di guardare il canale satellitare che trasmette le sedute della Camera, con la differenza che poco o nulla sa degli schieramenti del tempo uno spettatore medio che non sia cioè uno storico specializzato; ottimi attori, ben diretti, capitanati ovviamente da un Daniel Day Lewis che già sapevamo essere abile trasformista e che si cala con dedizione nei panni del Presidente (ma il doppiaggio non mi è sembrato degno della stima che i nostri doppiatori hanno acquisito nel tempo); confezione di lusso, com’era lecito attendersi, scenografie, costumi e direzione della fotografia impeccabili come sempre. E poi? Poi nient’altro. Da Spielberg non arriva alcun colpo d’ala registico, il film non prende, non emoziona, a tratti addirittura annoia; alcune scelte apparentemente coraggiose rimandano a soluzioni già consolidate nel teatro greco di migliaia di anni fa (l’assassinio di Lincoln non viene mostrato ma “annunciato” proprio durante una rappresentazione teatrale). Manifesto di LincolnSi capisce insomma che più che alla pancia Spielberg punta al cervello, peccato che proprio Spielberg sa quanto sia importante unire le ragioni intellettuali con quelle dello spettacolo. In questo caso rinuncia volontariamente ad utilizzare cinematografici marchingegni emotivi ma anche da un punto di vista storico il film non permette di cogliere alcuni aspetti importanti. Di Lincoln sono un po' confuse le reali (o almeno le verosimili) motivazioni che lo spingono a promuovere l’abolizione della schiavitù, della sua persona non intuiamo altro che una grande capacità affabulatoria (che nel film stesso non tutti sembrano gradire) che sconfina nella logorrea. Soprattutto, delle condizioni degli schiavi nulla si viene a sapere, dando per scontato che noi già le conosciamo. Di fatto l’abolizione della schiavitù è un discorso tra bianchi, astratto, e le uniche persone di colore che ci è dato vedere sono poche comparse nell’aula del Parlamento. Tarantino va oltre. Nello stile post-moderno che gli è proprio, frulla rimandi, citazioni e soluzioni adottate in tanti spaghetti western del passato per creare qualcosa di nuovo, personale e spettacolare. La schiavitù non è qualcosa di cui parlare la sera a cena con l’adorata mogliettina di fronte al fuoco del caminetto fumando sigari. La schiavitù è esibita, sofferta, vissuta sulla propria pelle. La sofferenza dello schiavo Django è adottata dallo Schultz del bravo Christoph Waltz e in seconda istanza dallo stesso spettatore. Il suo cammino per ritrovare la moglie è un viaggio nel cuore nero dello schiavismo, nel Sud dei grandi latifondisti di cui si fa interprete Leonardo Di Caprio, attore di non eccelse virtù ma che ha un’ammirevole gusto nella scelta dei copioni e dei registi con cui lavorare. Anziché spiegare accademicamente cosa fu lo schiavismo, cosa significò per milioni di persone, Tarantino ce lo fa vivere senza risparmiarne il sangue, l’orrore. Perché fu sangue, perché fu orrore. E Spielberg, che già ai tempi del pur lodevole “Schindler’s list” aveva in qualche modo “ammorbidito” l’Olocausto non mostrando per esempio le camere a gas (ma che invece in “Salvate il soldato Ryan” ci aveva immersi nella spaventosa, infernale, bolgia dello sbarco in Normandia), qui rimuove del tutto la visione, la percezione del problema, dandola per scontata, assecondando un copione elegante ma in definitiva asettico. Tarantino stimola invece la nostra empatia, senza autocensurarsi: con la scusa delle sparatorie e dei cowboys ci accompagna per la manina nel peggiore dei boschi stregati e lì ci abbandona, per venirci a prendere tre ore dopo. Spaventati, divertiti, soddisfatti di aver avuto il divertimento, ma anche qualcosa in più. Si può riflettere anche ridendo, si può imparare qualcosa anche giocando. E senza neanche troppe forzature si può, come ha recentemente scritto Roberto Saviano, accostare la storia di Django a quella di certi extracomunitari raccoglitori di pomodori in Puglia...

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 12/02/2013 alle  19:44:05, nella sezione CINEMA,  871 letture)

Sophia (2012) - episodio del film collettivo Amores, che probabilmente non sarà realizzato - è l’ultimo lavoro di Stefano Simone, che gira un corto di 19’, dal taglio fantastico, ben fotografato nel suggestivo paesaggio montano della Svizzera Italiana. La storia parte da un vecchio libro di leggende del Canton Ticino, riecheggia Lovecraft con la tesi del volume maledetto, ma anche certi film di Lucio Fulci e Dario Argento. Una ragazzina si lascia con il fidanzato, prende in prestito dalla biblioteca un volume di leggende e - poco a poco - si rende conto che ogni storia letta provoca un’incredibile scomparsa o un omicidio efferato. I passi del libro maledetto recitati in sottofondo introducono una storia tenebrosa che segue le tracce d’una leggenda, sia quella del tosatore, dei folletti che popolano il fiume o di un killer imprendibile che uccide e nasconde i corpi in un sacco.

Ottimo il soggetto, meno brillante la sceneggiatura, troppo impostata e didascalica, vittima anche di un montaggio lento e a tratti confuso. Il tono è suggestivo, le riprese esterne sono molto buone, sembrano citare Cappuccetto rosso (2009), un vecchio medio metraggio del regista, ma anche il notevole Unfacebook (2011). La musica sintetica accompagna un crescendo di tensione, spesso stemperato e poco efficace, come non dovrebbe accadere in un thriller fantastico. Interessante l’uso della soggettiva, con la macchina da presa che segue il protagonista dell’evento macabro per sfumare al momento opportuno. Il regista sceglie di non mostrare i delitti ma lascia intuire, accompagnando lo spettatore fino al momento terminale, per poi staccare sulla lama, sul corpo che cade, sul killer che uccide. L’amante del cinema horror più efferato resterà deluso dal taglio non esplicito che il regista ha voluto dare alla sua ultima opera, anche perché Simone aveva abituato il pubblico a particolari gore e splatter molto cruenti. Teniamo conto che Sophia è un corto nato all’interno di un progetto scolastico che doveva coinvolgere altri autori, quindi è condivisibile non aver insistito sul macabro. La recitazione merita un capitolo a parte. Premesso che nessuno vuol gettare la croce addosso a tanti ragazzi volenterosi che hanno dato il massimo, riteniamo che il regista debba rendersi conto che per fare un buon film servono buoni attori. Impossibile uscire da questa lapalissiana realtà. Sophia è mal recitato, zeppo di dialoghi impostati, di sequenze lentissime che vedono personaggi uno di fronte all’altro intenti a dire battute delle quali sono i primi a non essere convinti. Peccato, perché l’idea del corto è valida, la storia interessante, la fotografia suggestiva, la musica intensa e il montaggio sufficiente. Il regista mostra di saperci fare con la gestione delle immagini, soprattutto nelle riprese in esterno, mentre è meno abile nella direzione degli attori (un difetto che lo accomuna a Dario Argento!). Attendiamo Simone alla prova di un nuovo lungometraggio, consideriamo Sophia una pausa di riflessione, un lavoro di passaggio, che presenta elementi positivi da sviluppare in pellicole di più ampio respiro.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 11/01/2013 alle  14:29:07, nella sezione CINEMA,  888 letture)

http://www.dioramaonline.org/public/MariangelaMelato.JPGUn pezzo importante di storia del cinema italiano è venuto a mancare stamani con la scomparsa di Mariangela Melato, indimenticabile attrice che combatteva da anni contro una brutta malattia. Nata a Milano nel 1941 è deceduta a 71 anni in una clinica romana. La sua carriera si è sempre divisa tra il teatro, il cinema e la televisione. Con il teatro iniziò alla fine degli anni '60, portando in scena L'Orlando Furioso di Luca Ronconi, ma ebbe successo anche affermandosi come protagonista del grande schermo, alternando interpretazioni drammatiche, come in “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri a commedie leggere come “Mimì metallurgico ferito nell'onore” e “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” di Lina Wertmüller con Giancarlo Giannini. Negli ultimi anni la sua carriera è stata legata quasi esclusivamente al Teatro Stabile di Genova, con cui ha portato in scena grandi successi. Avendo avuto l’occasione di incontrarla personalmente qualche anno fa a Taormina, nell’ambito del FilmFest, ho potuto conoscere la sua carica umana, il suo sagace senso dello humor, la sua unicità di donna e di attrice. La sua dipartita ci addolora, perché a uno a uno stanno scomparendo i protagonisti di quella commedia italiana di costume che ci hanno accompagnato negli anni della gioventù e della maturità, a partire dal grande Alberto Sordi. Ricordo che nella breve intervista che le feci ebbe modo di comunicarmi il suo bisogno forte ed intimo di recitare come esigenza vitale. Una grande attrice, una grande donna. Ci mancherà.

 
di Redazione (pubblicato il 04/12/2012 alle  22:02:54, nella sezione CINEMA,  1619 letture)

Galatea Ranzi con il direttore di DioramaNelle sale arriva “Un milione di giorni”, film girato nel 2011 per la regia del siracusano Manuel Giliberti, architetto che ha sempre alternato la pratica professionale con quella di scenografo per produzioni teatrali e cinematografiche di rilievo. Quattro storie per quattro donne. Figure in apparenza normali, ma in realtà straordinarie. Le protagoniste, colte ognuna in un momento particolarmente significativo della propria esistenza raccontano infatti il proprio destino legato a quello di un uomo. E con queste storie si sorride, ci si commuove, spesso anche si ride. E poi una quinta figura femminile, Concettina, una servetta ignorante ma intelligente che lega il racconto mentre un anello, passando di mano in mano ne costituisce la continuità, attraverso lo scorrere di un milione di giorni. Il film è ambientato nella Sicilia del 1966. Un duchino un po' svanito si è messo in testa di adempiere un voto paterno: raggiungere a piedi Gerusalemme. Non potendolo fare realmente, cammina ogni giorno nel giardino di casa contando il percorso compiuto seguito da Carmelina, una servetta dallo spirito brillante. Camminando le racconta delle storie che sono legate dalla presenza di un anello. Nella prima siamo nel 1197 e Costanza d'Altavilla racconta del proprio amore per il figlio Federico II, pari solo al disprezzo che nutre per il marito. Nel secondo siamo nel 1608 quando il Caravaggio dipinge una prostituta nei panni di una santa. Nel terzo ambientato nel 1920 Franca Florio riflette amaramente sul passato e sulla decadenza della sua famiglia. L'ultimo racconto è opera di Carmelina la quale racconta dell'inizio degli Anni Sessanta e di una Santa sull'altare impegnata ad ascoltare fatti e misfatti dei fedeli che a lei si rivolgono.

Il film di Manuel Giliberti è intriso di un'intensa sicilianità e gode di un cast d’eccezione: Nino Frassica, Galatea Ranzi, Piera Degli Esposti, Chiara Caselli, Lucia Sardo, Mita Medici, Luchino Giordana, Evelyn Famà, Giulia Gulino. Giliberti ama la terra che racconta e la conosce, sia sul piano della storia che su quello dell'umanità che la abita. Viene aiutato, nel mostrare questa sua passione, da attrici e attori pronti a prestazioni di carattere teatrale tra cui spicca la siracusana d’adozione Galatea Ranzi (nella foto col direttore di Diorama), attrice toscana con una lunga carriera teatrale e cinematografica alle spalle, che risiede oggi a Siracusa dove si è sposata, e una straordinaria Piera Degli Esposti, nel ruolo cameo della Santa.

 
di Redazione (pubblicato il 08/09/2012 alle  11:17:54, nella sezione CINEMA,  1397 letture)

Presentato dal Sindaco di Priolo in conferenza stampa il cortometraggio “Neanche i cani”, girato in questi giorni nel territorio comunale per la regia di Alfio D'Agata. Un breve film per veicolare l’idea che Priolo non è solamente industrie e ciminiere, ma ha nel suo tessuto storico-culturale tante cose da valorizzare. Il cortometraggio prende spunto dal precariato, odierna piaga sociale, e sarà portato in vari festival cinematografici e diffuso via internet e televisione. Alle riprese hanno preso parte molti priolesi, che hanno partecipato alle riprese come figuranti. L’iniziativa è stata proposta circa un anno e mezzo fa al sindaco di Priolo, Antonello Rizza, che ha subito ritenuto di dare piena disponibilità alla troupe di produzione, formata prevalentemente da giovani, a girare a Priolo il cortometraggio ospitando nel paese il protagonista, l’attore siciliano Nino Frassica (nella foto). L’idea di promuovere Priolo attraverso un cortometraggio serve a trasmettere un messaggio positivo presentando diversamente dal solito un comune che è stato d’altra parte interessato da un ampio processo di riqualificazione, puntando sullo sviluppo turistico del territorio. Nino Frassica, protagonista del cortometraggio “Neanche i cani”, rappresenta sul set la società odierna, caratterizzata dalla cosiddetta “doppia – faccia”, in quanto si mostra come una persona aperta al prossimo in pubblico, mentre, nella vita privata, si manifesta cinica e spietata. “Sono entusiasta – ha detto Frassica - di partecipare ad un cortometraggio caratterizzato da una bella sceneggiatura e girato in una bella location, che trovo positivamente trasformata, in particolare Marina di Priolo, che oggi presenta anche una bella passeggiata a mare. Sono stato felice di scoprire una Priolo rinnovata, mi sono sentito ben accolto da tutti, ed è sempre bello recitare nella propria terra e in lingua dialettale”.

 
di Redazione (pubblicato il 27/07/2012 alle  20:54:10, nella sezione CINEMA,  1319 letture)

Al via la sesta edizione di Shortini film festival 2012 che offre al pubblico quest’anno oltre 40 cortometraggi in concorso suddivisi nelle categorie corto internazionale, nazionale, mediterraneo e junior. Location sotto le stelle nel centro storico di Augusta, come di consueto, tra Piazza Turati e Piazza D’Astorga dall’1 al 5 agosto. Alla fine premi al miglior cortometraggio, alla fotografia e alla regia. Shortini si riconferma quindi una bella realtà in un paese che non offre granché dal punto di vista culturale ai giovani. Durante la manifestazione, in Piazza Mercato, i soci di Augusta Photo Freelance esporranno le loro fotografie sul tema "street photography”. Organizzatore del festival, come sempre, il giovane Stefano Cacciaguerra, che ha ringraziato le istituzioni e gli sponsor che col loro intervento hanno consentito questa realizzazione pur in periodo di grave crisi economica. Il cartellone degli eventi è vasto, spaziando dalla proiezione dei cortometraggi a presentazioni di libri, alla già citata mostra fotografica e a vari interventi musicali. Le interviste ai registi e agli attori presenti al festival saranno mandate in onda su internet, canale Web Marte Tv. Coinvolte anche varie associazioni di Augusta quali il Buon Samaritano, l’Associazione Icaro, la cooperativa Spazio Sociale, l’associazione Demetra onlus, l’associazione musicale Shloq. Il concerto dei “Sun Boppers” chiuderà il festival alle 22,30 del 5 agosto in piazza Turati, dopo la cerimonia di premiazione.

 
di Redazione (pubblicato il 20/07/2012 alle  11:01:47, nella sezione CINEMA,  943 letture)

Pessime notizie per i siciliani amanti del cinema. In un anno evidentemente negativo anche per quel che riguarda la vita culturale, ecco che un appuntamento estivo ormai consolidato e tradizionale, il Festival Internazionale del Cinema di Frontiera si trova costretto a rinviare la sua XII edizione. Ne dà notizia, in un comunicato stampa diffuso via mail, l’ideatore e Direttore Artistico del Festival, il regista Nello Correale, invitando contestualmente i giornalisti, gli enti sostenitori, le associazioni, gli sponsor, i rappresentanti della Regione Sicilia, della Film Commission, del Comune di Pachino e della Provincia di Siracusa, a presenziare ad un incontro pubblico che si terrà lunedi 23 luglio a Marzamemi, presso la Loggia della Tonnara, alle ore 19. Ecco quello che scrive Correale nel suo comunicato: “E’ la prima volta dopo 12 anni consecutivi senza aver mai cambiato data. Questo “stop” lo sento come una grande sconfitta e credo lo sia anche per coloro che sostengono il festival e lo seguono. Aver confermato anno per anno le date è stato per me motivo di vanto, di serietà e di fedeltà verso un pubblico sempre più numeroso che è arrivato ad organizzarsi le vacanze, chiedendo mesi prima il calendario della manifestazione. Ho “smontato” un programma già fatto, costato non poca fatica, e pubblicato da più di un mese sul sito del festival. Un programma che vede protagonista il cinema della “primavera araba”, con pellicole e cineasti provenienti dallo Yemen, dalla Siria, dalla Tunisia, dall’Egitto, dall’Iran, dalla Libia. E altri film provenienti da tutto il mondo. Con ospiti come Petr Lom e Sean McAllister, Barak Karimi. A malincuore ho dovuto avvisare del rinvio autori italiani come Gianni Amelio, Roberto Andò, Laura Morante, Donatella Finocchiaro, Daniele Ciprì, Daniele Vicari. Anche Eugenio Finardi, invitato a curare la rassegna cinema e musica. Ho dovuto spostare sei film in anteprima sala, tra cui Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau e The Reluctant Revolutionary di Sean Mc Allister.

In tutti questi anni il festival, tra alti e bassi, sia artistici che organizzativi, è riuscito a mantenere fede all’impegno preso con il pubblico e con i sostenitori. Sono loro che hanno reso la manifestazione importante e necessaria. Quest’anno, per motivi che voglio fare conoscere a voi tutti, non ce l’ho fatta. Voglio, con la volontà e l’impegno di coloro che hanno sempre sostenuto il festival, dare un futuro a questa manifestazione. Che è cresciuta, in maniera costante, nella comunità di Marzamemi. Purtroppo il festival è troppo piccolo per attirare grandi sponsor nazionali privati e troppo grande per vivere solo di sponsor pubblici locali. Questo è il presente. Quale sarà il futuro?”.

 
di Luca Raimondi (pubblicato il 27/06/2012 alle  09:42:53, nella sezione CINEMA,  2148 letture)

Comincia oggi la terza edizione del “Floridia Film Fest”, lodevole iniziativa contraddistinta da incontri e proiezioni valorizzate dalla presenza di attori e registi importanti, soprattutto nomi noti tra i cultori del cinema di genere, quella che una volta era definita “serie B” ma che oggi è stata ampiamente rivalutata non solo da un’ampia schiera di critici e di nostalgici del “bel cinema di una volta” ma anche da nuovi fan, i quali hanno scoperto che, un tempo, noi italiani non sapevamo fare solo commedie ma anche horror, western, polizieschi oggi omaggiati (se non addirittura saccheggiati a man bassa) da gente come Quentin Tarantino. L’evento, il cui direttore artistico è ancora una volta il giovane Renato Scatà (nella foto), protagonista in particolare delle tante approfondite e mai banali conversazioni con gli ospiti di turno, sarà inaugurato da un concerto del pianista Salvo Strano che, presso il centro Ierna di via Archimede, riproporrà una serie di musiche tratte dai film girati in terra di Sicilia: si va dal “Gattopardo” a “Malena” passando per temi celebri come quello del “Padrino” o della “Piovra”. 

Domani, vista la concomitanza con la partita Italia-Germania, previsto un cambio di programma: il film di Pupi Avati “Il cuore grande delle ragazze”, uno dei suoi migliori tra i più recenti, sarà proiettato alle 18 presso la Galleria d’Arte Contemporanea. In Piazza del Popolo, dopo la visione della partita in maxischermo, avverrà l’incontro con l’attore messinese Ninni Bruschetta, reso celebre dal divertente ruolo di Duccio Patané nelle tre stagioni della serie “Boris” (ruolo ripreso anche nel film omonimo che sarà proiettato venerdi alle 18). Molto attivo come caratterista in tantissimi film per il grande e il piccolo schermo, la carriera lunghissima di Bruschetta è fitta di collaborazioni con i registi più disparati, da Pappi Corsicato fino a Woody Allen, passando per Battiato, Maselli, Tavarelli, Sorrentino, Soldini e chi più ne ha più ne metta.

Il Festival proseguirà anche nei giorni di venerdi e sabato, in cui saranno i cortometraggi a farla da padroni, protagonisti di un concorso la cui giuria è formata dall’attore e regista Sebastiano Lo Monaco, dai critici Renato Mollica e Francesco Puma, nonché dai registi Francesco Cannavà e Gianluca Sia. Sabato sarà la volta anche di un altro illustre ospite, l’attore Ernesto Mahieux, che riceverà un premio alla carriera. Tutti i dettagli del Festival e il programma dettagliato nel sito http://www.floridiafilmfest.it.

 
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 21/06/2012 alle  12:38:33, nella sezione CINEMA,  887 letture)

Si inaugura il 22 giugno al Palacultura di Messina il 58° TaorminaFilmFest con l’incontro “I Castellitto: una famiglia d’autore” a cui partecipano Sergio Castellitto, Margaret Mazzantini e Pietro Castellitto. Un’edizione completamente rinnovata, quella di quest’anno, che vede Mario Sesti alla Direzione Editoriale e Tiziana Rocca, General Manager. Una nuova idea di Festival che propone differenti filoni: commedia, famiglia, horror e formazione sotto il comune denominatore del grande cinema. Il Teatro Antico di Taormina farà da scenario alle anteprime e alle proiezioni speciali, alle serate di solidarietà e agli incontri. A Paola Cortellesi il compito di inaugurare il 23 giugno la kermesse, a Sophia Loren madrina del Festival e a Carlo Verdone (nella foto) il compito di chiudere il 28 giugno la 58esima edizione. Sette giorni densi di appuntamenti, proiezioni e “pre-visioni- lavori in corso” una particolare sezione dove si racconteranno in anteprima i film italiani della prossima stagione presentati dagli autori: Fausto Brizzi, Michele Placido, Marco Risi, Massimiliano Bruno, Pupi Avati. Un occhio particolare anche alla Sicilia che da 58 anni ospita uno dei più prestigiosi festival del mondo, con proiezioni di pellicole di filmmakers siciliani e una sezione dedicata ai film che hanno come protagonista Taormina tra cui un inedito “L’altro piatto della bilancia” alla presenza di Catherine Spaak. Le TaoClass e i Campus per approfondire il cinema insieme ai suoi protagonisti aperti a studenti, appassionati e giornalisti, imbastiranno il palinsesto di un Festival che punta sulla formazione quanto sull’intrattenimento e la ricerca. Il TaorminaFilmFest è promosso dal Comitato Taormina Arte e sostenuto dall’Assessorato Regionale Turismo e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale Cinema.

 
di Gordiano Lupi (pubblicato il 18/06/2012 alle  15:20:03, nella sezione CINEMA,  880 letture)

Il film "Paura 3d" qui recensito è in proiezione a Siracusa presso il Multisala Planet di Siracusa (n.d.r.)

Marco Manetti (1968) e Antonio Manetti (1970) sono due registi - sceneggiatori noti come Manetti Bros e si sono sempre caratterizzati per l’amore verso il cinema di genere. Il loro debutto risale al 1995 con l’episodio Consegna a domicilio, contenuto nel film collettivo De Generazione. Nel 1977 dirigono Torino Boys, prodotto dalla Rai, che racconta le vicissitudini di alcuni nigeriani e lancia i fratelli nel mondo del cinema perché vince il Premio speciale della giuria al Torino Film Festival. Nel 2000 dirigono Zora la vampira, un horror a metà strada tra commedia e dramma che si avvale dell’interpretazione di Carlo Verdone, ma riscuote scarsi consensi di critica e di pubblico. Nel 2005 è la volta di un buon thriller - costato settantamila euro e girato in digitale - come Piano 17, ambientato quasi tutto all’interno di un ascensore. Il regista Enzo G. Castellari interpreta una piccola parte da guardia giurata, una sorta di citazione a se stesso e al poliziottesco. Valerio Mastandrea partecipa in amicizia e Massimo Ghini regala una grande interpretazione. Un thriller teatrale, girato quasi completamente in interni, ben fotografato, ben recitato, intenso, claustrofobico, pieno di colpi di scena, tensione e sequenze estreme. Per la televisione hanno diretto alcuni cortometraggi per il programma Stracult, diversi episodi della serie L’ispettore Calandro e di Crimini. Molto attivi anche come registi di videoclip per cantanti e gruppi: Piotta, Alex Britti, Mietta, Mariella Nava, Max Pezzali, Flaminio Maphia, Assalti Frontali e Tiromancino. I Manetti Bros hanno girato anche una serie di corti gratuiti scaricabili dal web, intitolati SCUM - The web series. Nel 2012 sono usciti al cinema L’arrivo di Wang - un fantascientifico distribuito in poche copie dalla Iris Film, che hanno visto solo nei festival - e Paura 3 D, distribuito nel circuito Medusa. Paura 3 D è un torture porn girato a imitazione del cinema anglosassone, di lavori come Hostel (2005), Saw (2004), sicuramente realizzati meglio, con attori professionisti e mezzi più imponenti. Non se ne sentiva la necessità, non se ne vede l’originalità e non si comprendono le recensioni entusiaste dedicate da Nocturno Cinema, niente meno che da Manlio Gomarasca e Davide Pulici. Gli accostamenti al cinema di Hitchcock fanno gridare vendetta, frasi come “I Manetti Bros firmano il loro capolavoro”, ma anche “In Italia non si vedeva un film così’ cattivo e violento da molto tempo” - dopo aver visionato la pellicola - lasciano interdetti. La storia si riassume in poche righe. Tre ragazzi pensano di spassarsela nella villa di un marchese che credono libera nel fine settimana, ma quando lui torna inaspettatamente si rendono conto di essere finiti nella casa di un sadico. Scoprono una ragazza incatenata in un sottoscala, tentano di liberarla, ma restano coinvolti in un crescendo di follia e di violenza sempre più claustrofobico. I registi credono di realizzare un finale sconvolgente, ma in realtà non c’è niente di imprevedibile, lo spettatore smaliziato capisce tutto e non si lascia sorprendere dal folle gesto finale. Non anticipiamo altro.

Paura 3 D è girato in un modesto digitale, con una pessima tecnica tridimensionale che infastidisce e obbliga a togliersi gli occhiali più volte per capire le sequenze. Non si vede il bisogno di girare un simile film in 3 D, perché nessuna scena è esaltata dalla tecnica, le sole cose buone sono gli effetti speciali di Stivaletti, ottimi anche senza il tridimensionale. Da salvare qualche soggettiva della vittima, soprattutto le sequenze in cui uno dei ragazzi osserva le torture praticate dal sadico sequestratore. Buone le interpretazioni di Peppe Servillo nei panni del marchese - orco, e di Francesca Cuttica come vittima sacrificale. Scadenti i tre ragazzi - Lorenzo Pedrotti, Domenico Diele e Claudio Di Biagio - che recitano a livello dilettantistico. La location è buona ma l’azione si svolge in un interno: una villa e uno scantinato, che ben riproducono una situazione di orrore claustrofobico. Altre cose interessanti per gli addetti ai lavori (i soli interessati al film) sono Antonio Tentori nel cammeo di un professore di storia del cinema che spiega la poetica di Mario Bava e i ragazzi che nella villa guardano I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973) di Sergio Martino (un vero film violento e originale scritto da Ernesto Gastaldi!). Mario Bava è citato anche nella sigla animata con la bambina che tiene in mano il pallone de I tre volti della paura, mentre Antonio Manetti ci regala un cammeo come proprietario di un albergo. Paura 3 D si può paragonare a lavori come In the market (2009) di Lorenzo Lombardi, Il bosco fuori (2006) di Antonio Albanesi, alcune pellicole di Ivan Zuccon (Bad Brains, 2005 - Nimpha, 2006) ma esce perdente dai confronti, nonostante goda di una distribuzione superiore. Ho visto il film al multisala di Livorno, mi sono fatto ottanta chilometri da Piombino convinto da recensioni entusiaste che avrei visto un capolavoro, mentre sono uscito infastidito dalle risate di uno scarso pubblico che non solo non era terrorizzato ma sghignazzava a più riprese.

 
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