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UNA LECTIO MAGISTRALIS SU PIRANDELLO DI SALVO SEQUENZIA
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 24/11/2013 alle  11:43:47, nella sezione CULTURA,  857 letture)

sequenziaGiovedì 21 novembre a Siracusa la Galleria d’arte contemporanea “Roma” di piazza San Giuseppe ha ospitato una conversazione curata dal semiologo prof. Salvo Sequenzia sulla scrittura pirandelliana. Col suo solito eloquio affascinante e culturalmente elevato il letterato floridiano ha intrattenuto gli ospiti porgendo loro perle di sapere. Sull’opera di Pirandello, soprattutto nella fase ultima del suo percorso creativo, Sequenzia ha detto tra l’altro: “Rapporto complesso, stratificato, spesso enigmatico e polisemico, non solo per la ‘portata’ del messaggio che lo scrittore agrigentino ha consegnato al mito e ai ‘miti’ all’interno della sua produzione poetica, novellistica, narrativa e teatrale bensì anche per le implicazioni che la ‘funzione mito’ assume all’interno della riflessione pirandelliana sulla vita, sull’arte, sulla società e sul destino della storia dell’Occidente. Pirandello analizza approfonditamente – e, direi, dolorosamente – le ragioni della morte del mito nella modernità, valutandone con lucidità critica le numerose implicazioni….L’interesse per il mito, frequente in molti autori del primo Novecento (dagli espressionisti ai surrealisti, da Kokoshka a Cocteau fino al Brecht dell’Antigone, da D’Annunzio a Thomas Mann fino a Cesare Pavese) consiste, nella stragrande maggioranza dei casi, in una ‘riscrittura’ della tragedia classica o della mitologia ellenica o altro; oppure, in una ‘attualizzazione’ a fini propagandistici diretti o indiretti del mito svuotato del suo carattere genuino originario.

Pirandello non appartiene alla categoria dei ‘rifacitori’, bensì a quella dei creatori di miti. I miti “dichiarati” di Pirandello sono i tre drammi che ne recano, come sottotitolo, l’inequivocabile explicit: “La nuova colonia” (1928), “Lazzaro” (1929), “I giganti della montagna” (1931-34); mentre la frequentazione della materia mitologica avviene già in giovanissima età, durante il soggiorno a Bonn, con il poemetto “Pasqua di Gea” (1991), versificazione nostalgica di epifanie telluriche pagane….L’inconscio, il caos, l’assenza di Dio, il crollo della fiducia nella Legge – sociale, morale o scientifica che sia – l’insensatezza della Storia: qualunque tentativo di meglio specificare quei «mali influssi» risulta necessariamente forzato o riduttivo”. E’ seguito un dibattito nel quale sono intervenuti Corrado Di Pietro ed Enzo Monica.