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L'ARTE DIGITALE DI LORENZO FILIPPONE
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 23/07/2011 alle  11:55:41, nella sezione ARTE,  1224 letture)

Lorenzo Filippone è uno psichiatra, avvezzo a scavare nell’anima umana e a percepirne il lato oscuro, il malessere esistenziale, il disagio psichico, il disconnettersi dei files mentali, l’esplodere primordiale della follia. Ma è anche un artista, sensibile come solo chi è a contatto con la sofferenza e il mistero dell’esistenza può essere. Come artista Filippone ha abbandonato tele e pennelli, inadatti ad esprimere il suo mondo, ha abbracciato una nuova forma di percezione scegliendo di dar vita ad opere d’arte costruite attorno ad elaborazioni digitali multimediali che, nello spazio virtuale del computer, si realizzano compiutamente.  Il suo mondo è essenzialmente onirico, basato su elaborazioni digitali di fotografie della sua realtà, su frattali che analizzano l’immagine e di fatto la trasformano, rendendola altra rispetto all’archetipo d’origine, consentendo viaggi fantastici ed iniziatici alla ricerca di se stesso nelle desolate vallate di un mondo virtuale, su ricostruzioni di rappresentazioni concettuali fatte di memorie e di scoperte, di ricerche e di smarrimenti. Il tutto nel segno di una operazione artistica in grado di offrire soluzioni insperate alla necessità di esprimere e comunicare, soluzioni affascinanti che coniugano dimensioni liriche e tecnologiche, utilizzando la virtualità di infinite variazioni del segno e del colore, mantenendo però l’inconfondibile autografia dell’autore, umano, troppo umano, nell’ininterrotto fluire spazio-temporale delle sue intime passioni, appena controllate, appena opacizzate dalla contraddizione in termini tra artista passionale e freddo tecnocrate. Così l’arte diventa essenzialmente verità, coraggio, cruda riflessione, implosione e, con molta probabilità, sofferenza. Il lavoro di post-produzione, il passaggio digitale, non rallenta l’attimo creativo, anzi consente all’artista di esprimersi in assoluta libertà, senza essere frainteso, dando di se un’immagine che, quanto più è sincera, tanto più lo allontana dalla banale dimensione della vita, concedendogli la possibilità di migrare nelle grandi praterie dell’immaginazione e della creatività visionaria.