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LA GUERRA DEI POVERI
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 24/04/2012 alle  16:01:43, nella sezione EDITORIALI,  1020 letture)

Siamo in guerra e non ce ne rendiamo conto. Siamo in guerra perché c’è una economia di guerra, grandi masse che si impoveriscono, ceti medi e mondo del lavoro, e una elite che diventa sempre più ricca, speculando e intrallazzando, come durante l’ultima guerra accadeva con la borsa nera e l’industria bellica. Qualcosa dovrà succedere, come negli anni 20 del secolo scorso. Perché c’è una crisi intergenerazionale che ci mette gli uni contro gli altri, padri contro figli, un bel guaio se non troveremo una sintesi, un progetto unico, un comune ideale. L’urto della volontà popolare unificata potrà essere tremendo e risolutivo. L’Italia deve ritrovare un impeto nazionale, perché oggi siamo terra di conquista per tutte le potenze economiche straniere. E non è lontano il passaggio per tanti dalla povertà alla disperazione. Ci può aiutare solo un ritorno alla sobrietà, una educazione alla sobrietà, che in fondo è un valore cristiano. Sui muri delle città ritornano scritte di grande violenza che ci ricordano tempi passati, ma non troppo lontani, tempi deprecabili di odio sociale e di piombo. Non deve vincere l’ideologia dello scontro, dell’antagonismo sociale, ma per questo dobbiamo riconquistare il grande valore della giustizia, della legalità, perché la povertà non è buonista, se i poveri, spinti dalla disperazione, si arrabbiano, saranno guai. E non dobbiamo essere caritatevoli, ma giusti: Don Milani diceva “la carità senza giustizia è una truffa”. I poveri oggi non sono riconoscibili perché vestono come noi, non sono straccioni ma sono “lavoratori poveri”, gente che vive a stento, non arrivando alla fine del mese, gente che è cascata nella trappola del credito al consumo così in voga nel mercato dei network. Sostiene Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, il più accreditato istituto di statistica, che 18 o 19 milioni di italiani sarebbero messi in grave difficoltà da una spesa imprevista di appena 600/700 euro. C’è da credergli. E’ il polso di quel baratro sull’orlo del quale la società opulenta e ognuno di noi danza al suono della speculazione finanziaria e della recessione senza speranza.