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SIRACUSA NON E’ UNA CITTA’ UNIVERSITARIA
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 30/03/2012 alle  19:50:32, nella sezione CRONACA,  993 letture)

Con una conferenza stampa il Presidente della Provincia, il Sindaco di Siracusa e il Magnifico Rettore dell'Università di Catania, hanno annunciato la fine della presenza universitaria a Siracusa. Una vicenda che ha suscitato indignazione, anche per il tentativo di mistificare la triste realtà continuando a sostenere con protervia che la Facoltà di Architettura non sarebbe stata toccata. Dopo il trasferimento della Facoltà di Beni Culturali a Catania, ora potrebbe tornare nella città etnea anche la facoltà di Architettura, alla faccia delle tante chiacchiere e promesse sul Quarto Polo Universitario tanto strombazzato dai politici ma a cui ben pochi avevano creduto. Il Quarto Polo ormai è una faccenda chiusa, non realizzabile, e, se la Facoltà di Architettura di Siracusa ritornasse a Catania, non si capirebbe perchè la Provincia abbia stanziato risorse finanziarie e si sia inventato anche un “presidente del consorzio universitario” per poi abortire tutto. Si può ancora fare qualcosa per impedire il disegno, ormai poco velato, di trasferimento della Facoltà di Architettura? Significherebbe privare la Città di Siracusa e l'intera Provincia di un importante elemento di sviluppo culturale e turistico e di quel poco o molto che la presenza di studenti universitari a Siracusa smuove come economia e come vitalità giovanile. Il Magnifico Rettore Antonino Recca (nella foto), per la verità, ha dato atto alla Provincia Regionale di Siracusa di aver onorato finora tutti i suoi impegni nei confronti dell’Ateneo catanese, ma ha rilevato anche la gravità della situazione economica e finanziaria in cui versano gli enti pubblici che “rende il futuro sempre più nebuloso e a rischio in ordine al mantenimento degli impegni contratti”. In questo senso una lettera inviata al Ministro Profumo per aprire una interlocuzione istituzionale capace di consentire il coinvolgimento economico del Governo. Come dire che se lo Stato non ci mette soldi le realtà locali non possono garantire più nulla.