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"IL DOPPIO SVANTAGGIO", SPUNTI PER UN DIALOGO INTERCULTURALE
di Vincenzo Filetti (pubblicato il 21/01/2017 alle  20:27:30, nella sezione LIBRI,  1122 letture)

COPERTINA LIBROLa lettura de Il doppio svantaggio di Maria Concetta Civello (Edizioni Il Foglio) suggerisce preziose riflessioni sul tema delle società multiculturali, oltre che specificamente quello della pedagogia interculturale. Avendo sperimentato di persona cosa significhi relazionarsi in ambienti lavorativi internazionali e multietnici, trovo opportuno e appropriato un testo sulla sfida dell'accoglienza e dell'inclusività di soggetti considerati diversamente abili o culturalmente diversi e lontani da paradigmi consolidati, consuetudinari e (forse banalmente) ordinari. L'autrice sottolinea, già dalle prime pagine, come la formazione dei bambini circa lo sviluppo delle capacità empatiche sia fondamentale per la costruzione di un dialogo interculturale e, aggiungerei, per la costruzione di una società autenticamente democratica in cui si attui un confronto aperto tra cittadini, siano essi diversamente abili o normodotati, e tra cittadini e istituzioni (queste ultime spesso prive di personale abile nell'empatizzare, perché non formato in tal senso). Il tema dell'empatia è tutt'altro che scontato, seppure di moda, perché rappresenta un aspetto cruciale della qualità della vita relazionale a qualsiasi livello, specialmente in settori, ambienti e contesti dove la comunicazione e la convivenza gomito a gomito è un fatto quotidiano. Figuriamoci poi se si stratta di relazioni sociali e lavorative tra persone di culture di diverse che devono convivere in un condominio, in un quartiere o nel medesimo ambiente di lavoro. A questo proposito, il testo di Maria Concetta Civello mi riporta in mente il periodo degli studi americani di intercultural comunication durante i quali il docente spiegava come la preparazione dei global manager, o di manager che avrebbero poi operato immersi presso una specifica cultura non occidentale, dovesse tenere conto dei codici culturali locali. La formazione, appunto.

civelloIl testo appare interessante anche per la formazione alla cittadinanza nel XXI secolo in cui gli schemi dell'identità personale sono forse meno definiti e più liquidi, per dirla alla Bauman, ma anche più flessibili e quindi aperti verso il riconoscimento di chi proviene da cultura altra. Il testo della Civello cita la problematica dei protocolli medici nostrani che, giustamente, non vengono facilmente capiti da chi non è cresciuto in occidente perché non se ne comprende il senso, la categorizzazione, l'approccio. È un tema delicatissimo che rimanda, ad esempio, alla tanto criticata classificazione dei disturbi mentali contenuta nel manuale diagnostico statistico denominato DSM V, manuale giunto, appunto, alla sua quinta edizione per l'evolversi del concetto di disturbo mentale , frutto esso stesso di trend culturali dominanti. Il disturbo, infatti, non può essere facilmente incasellato in uno schema standard senza tenere in considerazione la cultura di appartenenza, come intelligentemente ci fa capire Maria Concetta Civello quando parla di “strani itinerari terapeutici”, ed è un tema che meriterebbe una serie di incontri per smontare l'apparentemente ovvio in fatto di medicalizzazioni della psiche e del soma. Se pensiamo ad esempio all'etnopsichiatria, capiamo ancora meglio come la scienza psichiatrica occidentale abbia relativizzato il suo punto di vista e il suo approccio, calandosi in realtà culturali non occidentali per costruire un paradigma della malattia mentale che rispetti il peculiare universo di sensi e interpretazioni della realtà presa in esame. Ecco, sin qui il testo della Civello offre già una robusta opportunità di riflessione sulla logica della categorizzazione e sul relativismo culturale che può indurre un occidentale ad analizzare il suo precipuo modo di considerare il diverso, il migrante, lo straniero o l'altro da una nuova prospettiva. Il migrante, l'altro, lo straniero si fa portavoce di un mondo di significati basati su una logica culturale diversa dalla nostra ma pur sempre una logica, come scrive l'autrice, ricca di simbolismi che, per essere accolti, vanno capiti, perché comunque dotati di senso, di strutture logiche come sosteneva Claude Lévi-Strauss.

Gli spunti di riflessione sono tanti e interessanti, soprattutto perché la costruzione di una pedagogia interculturale sta diventando una cogente necessità per la pacifica gestione dell'imperante globalizzazione ma, anche per evitare che la scuola dichiari, come accaduto in Belgio lo scorso anno, che gli obiettivi educativi della piena integrazione culturale non sono stati in realtà raggiunti. Ecco, da questo punto di vista, Maria Concetta Civello giustamente menziona Vygotskij per il quale la comunicazione sociale e intersoggettiva viene prima dell'acquisizione del linguaggio, cioè è nella relazione intersoggettiva che definiamo la nostra identità nel rispetto delle diversità, processo che presuppone educazione al dialogo, alla volontà di comunicare, al piacere dell'incontro e dello scambio interculturale, quasi a sottolineare il detto di Martin Buber per il quale “in principio fu la relazione” di cui Il doppio svantaggio si fa portavoce, per i suoi intenti educativi, per la sua chiarezza espositiva e per l'evidente onestà intellettuale dell'autrice, lontana dall'utopia ma vicina a chi vive concretamente la necessità e la positività del dialogo interculturale.

Vincenzo Filetti ha seguito un percorso professionale internazionale e multiculturale iniziato in qualità di docente di filosofia, specializzandosi, dopo la laurea in Pedagogia, in consulenza familiare presso il CTR di Catania, scuola di psicoterapia Sistemico-Relazionale. Ha poi approfondito le strategie di comunicazione attraverso un seminario sulla PNL decidendo, in seguito, di trasferirsi in Nord America dove ha conseguito un MBA in International Business presso la Central Connecticut State University. Ha vissuto in USA operando, dopo gli studi, nel settore della selezione del personale e della formazione multiculturale, e conducendo ricerche e analisi del pensiero sistemico applicato alla gestione aziendale, relativamente alla relazione inerente gli aspetti finanziari, psicologici e manageriali. Tornato in Italia si è occupato di formazione del personale e di progettazione di strutture educative nazionali ed europee presentando direttamente a Bruxelles, per conto di una società italiana, progetti su metodologie formative e gestionali per strutture educative internazionali. Ha, inoltre, ideato e condotto una serie di seminari sulla psicopedagogia in collaborazione con esperti di qualità aziendale, marketing e comunicazione. Ha avviato una collaborazione con l’Università di Catania dove Vincenzo ha tenuto seminari inerenti la relazione leadership comunicazione e il ruolo dell’HR Manager, quest’ultimo presso la sede del dottorato internazionale in Scienze Umane che coopera con il Social Science Research Center della Mississippi State University e con il Department of Philosophy della University of Nevada (Reno, U.S.A.).