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LA QUESTIONE MERIDIONALE E ORMAI QUESTIONE MEDITERRANEA
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 03/02/2015 alle  16:59:31, nella sezione EDITORIALI,  691 letture)

sicilianistiUn grande sommovimento sta coinvolgendo gran parte del popolo siciliano, tra ombre e luci, con formule nuove di organizzazione dal basso, senza il coinvolgimento dei politici regionali, anzi mettendoli al bando e individuando in essi il germe di un pernicioso disinteresse unito a una fondamentale incapacità non solo di amministrare, ma perfino di rappresentare le istanze dei siciliani che non riescono a intravedere uno straccio di futuro. Alla luce di tutto ciò diventa sempre più urgente elaborare un nuovo meridionalismo in un contesto dove la politica è in crisi, e urge agevolare la formazione di una nuova cultura dello sviluppo delle regioni più deboli del Paese, con particolare riferimento alla Regione Sicilia. Le sfide che attendono nei prossimi anni il Sud e la Sicilia in particolare, sono piuttosto impegnative, a cominciare dalla fiscalità che rischia di essere iniqua. Necessitano standard equi, per fare un esempio, anche per la valutazione delle nostre Università che potrebbero non essere uguali a quelle del Nord, mancando al Sud i finanziatori privati ed un retroterra produttivo. Allora, se il metro di riconoscimento delle capacità formative di una Università è il lasso di tempo che un giovane laureato impiega a trovare un lavoro, è chiaro che le Università meridionali non possono rientrare nel novero delle più virtuose. Quindi, avranno meno finanziamenti pubblici. Analogo ragionamento va fatto per i costi standard che si vogliono introdurre nella sanità che condanneranno i nosocomi siciliani ad avere sempre meno risorse e a costringere i cittadini ai viaggi della salute che significano oltre a disagi di vita dei cittadini anche esborsi ulteriori di somme agli ospedali del nord tramite il sistema dei DRG. Rilanciare la questione meridionale non significa volere tornare al passato, non significa attrarre più risorse al fine di garantire un'economia di mera sussistenza, ma significa fare dei vecchi e nuovi problemi del Sud una questione nazionale, spiegando soprattutto alle giovani generazioni che un Paese in cui prevale la legge della giungla a causa di una difesa aggressiva dei particolarismi, in cui quindi la distribuzione delle risorse nel territorio è destinata ad essere sempre più iniqua, sarà inevitabilmente un Paese più povero, più sfiduciato, più disordinato, anche a causa dei flussi migratori massicci di giovani che prendono la via del nord o dell’estero. Se non si pone mano ad una politica di valorizzazione delle risorse umane, il Sud non ha futuro e rischia di essere sempre più abbandonato a se stesso. Mezzogiorno in primo piano, dunque, ma con la testa ed il cuore rivolti verso i Paesi della sponda sud del Mare Mediterraneo. È qui che si creeranno le condizioni per un dialogo fra il mondo occidentale e il mondo finora senza sviluppo. E' questa area il laboratorio naturale delle politiche della tolleranza e della cooperazione economica: la Questione Meridionale sempre più si identificherà con la grande Questione Mediterranea.