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L’ABBANDONO DELL’AREA ARCHEOLOGICA DI MEGARA HYBLAEA
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 23/12/2013 alle  14:30:12, nella sezione CULTURA,  1281 letture)

megara ibleaDurante il suo intervento a margine della presentazione dell'ultimo numero del notiziario storico di Augusta a Palazzo di Città, il nuovo Soprintendente ai Beni Culturali di Siracusa, Beatrice Basile, ha onestamente riconosciuto come la Soprintendenza di Siracusa abbia sempre privilegiato in linea generale il patrimonio archeologico rispetto a quello monumentale e abbia di conseguenza prestato poca attenzione al patrimonio storico/monumentale della città di Augusta. Ma nel territorio di Augusta esistono anche realtà archeologiche assai importanti, eppure anche per queste ultime ben poco è stato fatto. L’antica città greca di Megara Hyblaea è l’esempio di un importante sito archeologico che sopravvive attorniato dalle industrie e in parte distrutto da esse. Una piccola Pompei nel cuore della zona industriale in cui resti di età ellenistica si sovrappongono a quelli di età arcaica.

Dell’intera zona archeologica, solo un quarto è stato oggetto d’indagine. Alla fine dell’Ottocento l’archeologo Paolo Orsi definiva l’area del petrolchimico “un suolo di meravigliosa fertilità e ricchezza archeologica”. Oggi, tutta la zona è caduta nell’oblio delle industrie. Si tratta di risorse non sfruttate e quindi di mancate opportunità di sviluppo. Accogliente e ospitale la Sicilia lo è da millenni, ma negli ultimi cinquant’anni eserciti di colonizzatori con elmetti gialli, tute blu e scarponi rinforzati hanno invaso alcune aree dell’isola. In questo tratto di costa nella Sicilia Orientale, da Siracusa ad Augusta, le industrie hanno impiantato il loro accampamento: così si è creato il polo industriale di Augusta-Melilli-Priolo. Raffinerie, depositi di carburanti, di ammoniaca e acidi, industrie chimiche, una cementeria, impianti che occupano circa 43 milioni di metri quadri di un territorio irrimediabilmente compromesso dalla chimera industriale a danno dell’ambiente, della salute degli abitanti, del paesaggio. Lungo i quaranta chilometri di costa si sono sviluppate sin dal neolitico culture e civiltà che si sono fatte largo in tutto il mondo antico, le cui testimonianze sono là in mezzo a respingere l’aggressione del petrolchimico e reclamano di poter raccontare la loro storia millenaria.

Negli scavi di Megara si possono ammirare numerosi resti della città greca tra cui l’agorà, il cuore pulsante delle polis, resti di un tempio ellenistico, l’heroon dedicato agli eroi, il pritaneo in cui si riunivano i magistrati, i bagni ellenistici, unico esempio in Occidente di tale antico servizio, abitazioni di varia epoca e la cinta muraria. Limitrofo alla zona archeologica è un piccolo antiquarium in cui si prevedeva di creare percorsi espositivi che illustrano la storia di Megara. Ma una città greca, come faceva notare l’archeologo Giuseppe Voza, per tanti anni Soprintendente, non è solo ciò che sta all’interno delle mura. Nei suoi dintorni c’era tutta una vita rurale, religiosa, funeraria. Ed è qui che le industrie hanno inferto i maggiori danni. Basti pensare che la Rasiom, la prima raffineria insediata nella costa negli anni Cinquanta, e la Cementeria di Augusta si sono impiantate sulle necropoli dell’antica città, oscurando un patrimonio di eccezionale valore culturale.

Esemplificativa è la storia della Dea Madre che allatta i due gemelli del VI secolo a.C. La statua fu recuperata in 900 pezzi durante i lavori di escavazione per impiantare la Rasiom. Ed è solo grazie al paziente lavoro di esperti restauratori che si è potuta ricostruire e oggi è tra le testimonianze più pregevoli esposte al Museo Archeologico di Siracusa.. La Soprintendenza avrebbe dovuto realizzare progetti indirizzati a creare corridoi ecologici nell’area dell’insediamento industriale. Percorsi che avrebbero unito la riscoperta dei siti archeologici con un ecosistema che per quanto massacrato conserva in certi punti delle peculiarità uniche. Per ora le migliaia di reperti recuperati riempiono le collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Siracusa, in attesa di una musealizzazione del territorio.

Che il sito di Megara Hyblaea sia uno dei gioielli archeologici della provincia da valorizzare, ne sono convinti tutti ma alla fine il sito risulta abbandonato e sottratto alla fruizione dei visitatori. L'area archeologica, sebbene meta di studiosi da tutto il mondo, è caratterizzata da una promozione poco adeguata. Insufficienti i segnali stradali, così come i fondi a disposizione per la sua gestione. Ne è triste esempio la mancata apertura al pubblico dell'antiquarium il cui progetto, redatto di tutto punto, di fatto non è stato attuato. Un vero peccato. Un piccolo museo è indispensabile per questa importante area archeologica, un luogo dove il tempo si è fermato all'epoca antica, e dove ancora oggi sono concentrati gli studi della Scuola francese di archeologia, sulla scia di George Vallet, così come quelli degli storici tedeschi.

Insomma un sito che tutto il mondo accademico ci invidia e che potrebbe costituire una valida attrazione turistica. Ma è tutta una questione di finanziamenti. E di questi tempi è difficile sperare in una inversione di tendenza.

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