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LINCOLN CONTRO DJANGO: LA NOTTE DEGLI OSCAR SI AVVICINA
di Luca Raimondi (pubblicato il 23/02/2013 alle  09:27:29, nella sezione CINEMA,  1118 letture)

Manifesto di DjangoL’approssimarsi della notte degli Oscar mette sulla bilancia una serie di film che hanno contraddistinto l’ultimo scorcio cinematografico americano ma anche, di rimando, italiano. Vorrei soffermarmi in particolare su due film di due maestri del cinema, mi riferisco a “Lincoln” di Steven Spielberg e a “Django Unchained” di Quentin Tarantino. Si tratta di due film assai diversi, ma che rimandano al medesimo tema, quello dello schiavismo afroamericano. Vederli a distanza ravvicinata, come è avvenuto nel mio caso, inevitabilmente li pone in diretto confronto e non senza ragioni, come avrò modo di spiegare. Innanzitutto il film di Spielberg: script verboso, volutamente verboso, ma assai intelligente e colto, molto accurato nella descrizione di certe dinamiche parlamentari del tempo, pure troppo, tant’è che a tratti sembra di guardare il canale satellitare che trasmette le sedute della Camera, con la differenza che poco o nulla sa degli schieramenti del tempo uno spettatore medio che non sia cioè uno storico specializzato; ottimi attori, ben diretti, capitanati ovviamente da un Daniel Day Lewis che già sapevamo essere abile trasformista e che si cala con dedizione nei panni del Presidente (ma il doppiaggio non mi è sembrato degno della stima che i nostri doppiatori hanno acquisito nel tempo); confezione di lusso, com’era lecito attendersi, scenografie, costumi e direzione della fotografia impeccabili come sempre. E poi? Poi nient’altro. Da Spielberg non arriva alcun colpo d’ala registico, il film non prende, non emoziona, a tratti addirittura annoia; alcune scelte apparentemente coraggiose rimandano a soluzioni già consolidate nel teatro greco di migliaia di anni fa (l’assassinio di Lincoln non viene mostrato ma “annunciato” proprio durante una rappresentazione teatrale). Manifesto di LincolnSi capisce insomma che più che alla pancia Spielberg punta al cervello, peccato che proprio Spielberg sa quanto sia importante unire le ragioni intellettuali con quelle dello spettacolo. In questo caso rinuncia volontariamente ad utilizzare cinematografici marchingegni emotivi ma anche da un punto di vista storico il film non permette di cogliere alcuni aspetti importanti. Di Lincoln sono un po' confuse le reali (o almeno le verosimili) motivazioni che lo spingono a promuovere l’abolizione della schiavitù, della sua persona non intuiamo altro che una grande capacità affabulatoria (che nel film stesso non tutti sembrano gradire) che sconfina nella logorrea. Soprattutto, delle condizioni degli schiavi nulla si viene a sapere, dando per scontato che noi già le conosciamo. Di fatto l’abolizione della schiavitù è un discorso tra bianchi, astratto, e le uniche persone di colore che ci è dato vedere sono poche comparse nell’aula del Parlamento. Tarantino va oltre. Nello stile post-moderno che gli è proprio, frulla rimandi, citazioni e soluzioni adottate in tanti spaghetti western del passato per creare qualcosa di nuovo, personale e spettacolare. La schiavitù non è qualcosa di cui parlare la sera a cena con l’adorata mogliettina di fronte al fuoco del caminetto fumando sigari. La schiavitù è esibita, sofferta, vissuta sulla propria pelle. La sofferenza dello schiavo Django è adottata dallo Schultz del bravo Christoph Waltz e in seconda istanza dallo stesso spettatore. Il suo cammino per ritrovare la moglie è un viaggio nel cuore nero dello schiavismo, nel Sud dei grandi latifondisti di cui si fa interprete Leonardo Di Caprio, attore di non eccelse virtù ma che ha un’ammirevole gusto nella scelta dei copioni e dei registi con cui lavorare. Anziché spiegare accademicamente cosa fu lo schiavismo, cosa significò per milioni di persone, Tarantino ce lo fa vivere senza risparmiarne il sangue, l’orrore. Perché fu sangue, perché fu orrore. E Spielberg, che già ai tempi del pur lodevole “Schindler’s list” aveva in qualche modo “ammorbidito” l’Olocausto non mostrando per esempio le camere a gas (ma che invece in “Salvate il soldato Ryan” ci aveva immersi nella spaventosa, infernale, bolgia dello sbarco in Normandia), qui rimuove del tutto la visione, la percezione del problema, dandola per scontata, assecondando un copione elegante ma in definitiva asettico. Tarantino stimola invece la nostra empatia, senza autocensurarsi: con la scusa delle sparatorie e dei cowboys ci accompagna per la manina nel peggiore dei boschi stregati e lì ci abbandona, per venirci a prendere tre ore dopo. Spaventati, divertiti, soddisfatti di aver avuto il divertimento, ma anche qualcosa in più. Si può riflettere anche ridendo, si può imparare qualcosa anche giocando. E senza neanche troppe forzature si può, come ha recentemente scritto Roberto Saviano, accostare la storia di Django a quella di certi extracomunitari raccoglitori di pomodori in Puglia...

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