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ACCESSI AL MARE: NULLA E' CAMBIATO AD AUGUSTA IN TRENT'ANNI
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 06/07/2011 alle  10:06:28, nella sezione COSTUME E ATTUALITA',  1117 letture)

In un vecchissimo numero del Giornale di Augusta del 1980, diretto da Giorgio Casole, in prima pagina strillava un articolo dall’emblematico titolo “Ci impediscono l’accesso al mare!” con una foto della strada che porta al mare di Costa Pergola vistosamente sbarrata da un cancello abusivo. Lo stesso argomento venne affrontato nell’estate del 2008 da alcune associazioni ambientaliste e da una campagna di stampa sul quotidiano la Sicilia. Ma nulla è cambiato. L'estate 2011 nel territorio augustano sarà ancora all’insegna del mare negato. Si tratta del conflitto tra "liberi" bagnanti e occupanti privati a vario titolo dei litorali e delle strade che portano al mare, fatto che, complice un'estrema varietà di interpretazioni della legge, ha sempre scatenato gigantesche problematiche. La legge dello Stato recita (articolo 1, comma 251, legge 296/2006): «È fatto obbligo ai titolari di concessioni di consentire il libero e gratuito accesso e transito per il raggiungimento della battigia...”. In pratica, chiunque può entrare in qualsiasi stabilimento balneare e, a maggior ragione, in qualunque insediamento, attraversarlo e raggiungere la battigia (la striscia di 5 metri prima della zona della risacca sugli scogli o sull'arenile). Questo almeno teoricamente, perché in pratica la faccenda si complica quando si passa all'interpretazione della legge. Prima di tutto ci sono alcune leggi regionali che emendano, almeno in parte, l'articolo prima citato. Diverse regioni, e tra queste la Sicilia, hanno infatti stabilito che l’ingresso è obbligatorio solo se non vi sono altri accessi liberi nel raggio di 150 metri. Dalle nostre parti si aggiunge il fatto che su tutto il litorale dal golfo Xifonio in poi, per un bel po’ di chilometri di costa, imperano ovunque i cartelli dissuasori “mare non balneabile” a causa della mancanza di un depuratore che possa evitare lo sversamento direttamente a mare dei reflui delle abitazioni vacanziere. Del collegamento al depuratore consortile IAS si parla da anni ma finora è tutta aria fritta. E intanto nel nostro mare, già provato da inquinamento industriale, mercurio e chi più ne ha più ne metta, si riversano anche i liquami delle abitazioni aggiungendo i colibatteri fecali a tutte le altre schifezze galleggianti nelle fresche acque. Cancellati dalle mappe catastali gli accessi al mare sono finiti per essere “inglobati” dalle ville progettate dagli architetti o nate “spontaneamente”, come si soleva dire “in economia”, a partire dagli anni settanta e sono diventati anch'essi proprietà privata, muniti di cancelli con tanto di catene e catenacci o azionati da sofisticati dispositivi automatici, le cui chiavi o telecomandi sono in possesso di pochi eletti. Ormai l'unica discesa a mare a disposizione dei cittadini è quella che porta al Faro Santa Croce ma le pessime condizioni della strada stretta l'hanno resa sempre più rischiosa. La chiusura incontrollata ed indisturbata degli accessi al mare, che erano naturalmente pubblici, non ha soltanto negato un elementare diritto a chi non ha la fortuna di possedere una villa ma ha fatto sì che sugli scogli, che non possono certamente essere ritenuti proprietà privata, «fiorissero», piazzole di cemento armato su cui piazzare ombrelloni e sdraio, naturalmente con uso vietato agli estranei o meglio agli intrusi, e perfino scivoli in cemento per calare le barche. Spesso per ragioni di “privacy” le piazzole di cemento armato realizzate sugli scogli sono state munite di reti di recinzione in ferro, in dispregio di tutti i vincoli ambientali, paesaggistici e comunitari che gravano sulla zona costiera. La carenza di varchi è praticamente assoluta e la possibilità che il problema possa essere risolto in tempi brevi, visto i precedenti, sono pressoché nulle. Alleghiamo due foto del cancello sulla strada di costa Pergola, proprio quel varco ostruito di cui parlava il Giornale di Augusta nel 1980, la foto di allora e quella di oggi: nulla è cambiato in trent’anni.

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