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LE CINQUE GIORNATE E L’APPLICAZIONE DELLO STATUTO SICILIANO
di Raimondo Raimondi (pubblicato il 20/01/2012 alle  21:37:24, nella sezione CRONACA,  992 letture)

Queste “cinque giornate siciliane” che sembra non debbano finire qui ma impegnare i movimenti promotori in una protesta a oltranza che non si sa dove potrà portare, inducono a una seria riflessione sui delicati termini di una questione che affonda le sue radici nell’immediato dopoguerra, quando la Sicilia venne dotata di uno “statuto speciale”, per la verità sempre disatteso. Ma il problema vero è che forse non ha senso parlare di sopravvivenza economica (e quindi anche sociale, culturale, demografica, etc.) della Sicilia, cioè di “applicazione dello Statuto”, dentro questa Europa. Un’Europa che non è quella che aveva in mente Altiero Spinelli o quella che ci hanno raccontato da ragazzi, un’Europa dove non è possibile alcuna autonomia regionale per la semplice ragione che non è possibile neanche alcuna autonomia statale, né alcuna democrazia. Il recente accordo sulla rinunzia da parte dei singoli stati delle potestà fiscali e la loro messa sotto tutela delle istituzioni centrali europee (e quindi, in buona sostanza, della BCE, e quindi delle oligarchie bancarie che chiamiamo “i mercati finanziari”) ci porta a dire che l’unica soluzione per la sopravvivenza della Sicilia è soltanto la fuoriuscita unilaterale dall’Unione Europea, magari dopo un plebiscito o dopo un referendum, ma che sia molto rapido e gestito con mano ferma e senza titubanze. Non è pensabile che la Sicilia sopravviva senza che detenga una qualche forma reale di autogoverno, poiché essa è un sistema economico equivalente a quello di una qualunque media nazione europea. L’unico possibile autogoverno che non metta in discussione l’unità politica dell’Italia, e quindi l’unico praticabile senza troppi traumi, è l’attuazione integrale e immediata dello Statuto del 1946. Ma lo Statuto del 1946, dopo il Trattato di Lisbona, e ancor più dopo il recente accordo fiscale, non potrebbe che sopravvivere a brandelli, con l’aggravante che le poche decisioni in cui gli stati continuano a partecipare, sarebbero prese dall’Italia al posto nostro. In una parola l’Europa oggi equivale all’azzeramento della nostra Autonomia e allora bisogna scegliere: o schiavi in Europa o liberi in Sicilia e fuori dall’Europa. Talvolta la lettera dello Statuto siciliano è superata ma lo spirito, in ogni sua parte, è chiarissimo ed attuale. Si tratta di adattare agli istituti attuali un rapporto radicalmente confederale lasciando vivo l’impianto originale, che mantiene tutta la sua validità. Con lo Statuto che l’Italia non ci ha fatto mai applicare, non chiediamo niente a nessuno, tranne la perequazione infrastrutturale, che è un diritto di tutti i cittadini, e qualche fiscalità di vantaggio che non è un favore dello Stato ma un doveroso rimborso per ciò che ci è stato rubato in termini di inquinamento dell’ambiente e di salute dei nostri figli.

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