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PASOLINI E SIRACUSA
di Luca Raimondi (pubblicato il 18/10/2011 alle  15:00:22, nella sezione CULTURA,  1074 letture)

“Come un’ossessione deliziosa…” è il titolo della conversazione, incentrata sui rapporti tra Pasolini e Siracusa, che giovedì 20 ottobre alle ore 18,30 Salvo Sequenzia terrà nei nuovi locali della Galleria Roma in piazza San Giuseppe. Per l’occasione, ho il piacere di riproporre su “Diorama” un articolo incluso nel mio volumetto del 2002 “Mostri e maestri. Tracce di cinema e letteratura”. 

«Non sono fuggito, da Siracusa! Sono scomparso dentro Siracusa stessa...» (lettera a Luciano Lucignani, 11 giugno 1960). Pasolini, si sa, amava il Meridione: vi vedeva, fino a pochi mesi prima della sua tragica fine, l’ultimo lembo di terra (assieme al Terzo Mondo, ma in diversa maniera) che ancora resisteva al nuovo fascismo centralista messo in atto da un Potere sempre più sottilmente accentratore e manipolatore (grazie soprattutto alla televisione e all’istruzione scolastica), distruttore delle realtà periferiche e di quelle culture vitalistiche non ancora sottomesse e omologate. A Napoli Pasolini girò il suo Decameron, primo capitolo di quella Trilogia della vita che rappresentava l’opposizione, da parte del poeta, scrittore e regista (categorie felicemente sintetizzabili sotto la mai così appropriata etichetta di “intellettuale”), alla trasformazione piccolo-borghese e consumistica dell’Italia. Scelse Napoli, dunque, perché Napoli era la città più rappresentativa del Meridione, il cui popolo, tenuto a lungo nella superstizione e nella sottomissione da Chiesa e Borboni, era ancora tagliato fuori dalla storia d’Italia e del mondo. Vivendo come in una “sacca storica” i meridionali avevano deciso (ma non per molto, e Pasolini se ne sarebbe accorto di lì a poco) di restare quello che erano. Napoli era il capolinea di un itinerario culturale e di una fiducia nel sud Italia che aveva origini più remote e in piccola ma significativa parte legate a Siracusa. Anche chi non conosce perfettamente la bibliografia di Pasolini deve comunque aver appreso, magari da alcuni suoi importanti film (come Medea o Edipo Re), quanto importante fosse l’influsso della tragedia greca sulla sua opera e persino nel suo vissuto (in Edipo Re è ben chiara la sublimazione dei suoi particolari rapporti con la figura della madre Susanna): sia l’elemento “contestatario” di Pasolini che quello legato alla tragedia greca (e più in generale alla cultura classica) trovano dunque la loro perfetta applicazione nella città di Siracusa. Mentre preparava il suo esordio cinematografico (quell’Accattone che forse rappresenta il punto più alto della sua straordinaria produzione in celluloide) Pasolini si dedicò, su commissione di Vittorio Gassman e del regista Luciano Lucignani, alla traduzione dell’Orestiade di Eschilo (anni dopo vorrà girarne anche una versione per lo schermo, ma il progetto rimarrà incompiuto e tutto quel che ne rimane è lo splendido e poetico documentario Appunti per un’Orestiade africana, girato tra il 1968 e il 1969). Tra il gennaio e il febbraio 1960 scrisse di getto la sua versione: dopodiché presenziò alla messa in scena della compagnia di Gassman (il Teatro popolare italiano) che il 19 maggio di quello stesso anno ebbe luogo proprio a Siracusa (e non a Taormina come sciaguratamente informa - prendendo un clamoroso granchio - Nico Naldini nel suo Pasolini, una vita, edito da Einaudi nel 1989), nell’atmosfera irreale e “mitica” del Teatro Greco. Si disse che la scelta di Pasolini era stata determinata dal proposito di aggiornare Eschilo allo spirito dei nostri tempi: se ne mise però in dubbio la validità poetica. In realtà Pasolini soffriva qualunque costrizione filologica, e d’altronde nessuno si stupì: non era certo un filologo, bensì un «giovane scrittore militante, poeta e romanziere dotato quanto tendenzioso, fortunato quanto discusso» (come scrisse Giorgio Prosperi su Tempo, il 20 maggio 1960). B.D Schwartz (nella sua fluviale biografia Pasolini requiem, Marsilio, 1995) nota giustamente che Pasolini «trovava se stesso dovunque, e ogni cosa rifluiva al suo io» e d’altronde ammise, semmai ve ne fosse bisogno, di essere un narciso: ma vedeva il narcisismo come «un dato clinico cui non si sfugge e che riguarda tutti gli artisti in genere». La traduzione dell’Orestiade rispecchiava i principali interessi pasoliniani che, partendo da Marx, arrivavano fino a Freud: ecco dunque spiegate le sue sfumature politiche rapportabili all’attualità e l’accentuazione del ruolo delle Erinni, rivisitate come inconscio psicanalitico. Eschilo era uno dei tanti pretestuosi mezzi (assieme ai romanzi, alle poesie, agli articoli, al cinema) per dare sfogo alla forte personalità intellettuale di Pasolini, così forte da sopraffare quasi quella del drammaturgo greco. Forse anche per questa sovrapposizione di artisti il sedicesimo ciclo di spettacoli classici rimane tra i più importanti non solo della storia dell’INDA ma anche di quella del teatro. Erano anni felici quelli in cui a Siracusa potevano incontrarsi e per certi versi scontrarsi - ma quanto proficuamente! - personaggi come Pasolini, Gassman, Eschilo. 

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